Puck











{ottobre 13, 2010}   Calpestando amari ricordi
Vorrei scordare tutto,
ma ogni tua parola
è uno spillo che sempre
più a fondo penetra nel mio
cuore scheggiato;
ne rubasti un pezzetto,
e le briciole si sono disseminate
per la strada ancora da percorrere.
Ogni volta che ne calpesterò una,
guardando sopra le spalle,
saranno ancora lacrime e dolore.


{ottobre 9, 2010}   Imperfezioni invisibili

Mi chiamo dusty, mi sento dusty, la mia vita è dusty. Per una volta ho capito cosa sono realmente. Sono una punk, e dust è un effetto per la chitarra elettrica. L’ho visto girando per internet, ovviamente. Dusty significa impolverato, e nel mio caso assume il significato denotativo di “imperfetto”. Siamo tutti imperfetti, e perciò lo sono anch’io. Le imperfezioni ci sono ma non si vedono. Io, nel mio perverso tentativo di distinguermi dalla massa, non faccio alcuno sforzo per camuffarle. Non mi metto il fondotinta, né il copri-occhiaie, né il correttore. Se sono pallida e stanca pazienza, chi non lo è fuori lo è dentro; i brufoli tra qualche mese saranno andati via. Ecco a voi una poesia pertinente:

Nascondi pure ciò che
gli altri possono non apprezzare,
guardati le punte dei piedi,
fissa nel tentativo di fare svanire
le tue imperfezioni
….
Facendo tutti così nessuno si accorge
dei difetti degli altri,
ma solo delle proprie scarpe sgualcite.


{ottobre 9, 2010}   Un video dal titolo poetico


{ottobre 7, 2010}   In ogni mia fantasia

Vi è mai capitato di svegliarvi la mattina presto, sorridendo nel buio? Poi  pensate a cosa stavate sognando, e vi accorgete che ve lo siete dimenticato. Di giorno invece vi si riempiono gli occhi di déja vue, e allora capite quello a cui pensavate in sogno. I sogni non sono solo desideri, ma anche premonizioni. E’ come se arrivasse il dio Mercurio, con i suoi sandali alati e un rotolo di pergamena sottobraccio, a dirvi cosa succedernel corso della giornata. Ma a volte i miei sogni sono diversi, non mi dicono niente di nuovo e, quando ciò accade, è sempre qualcosa che speravo di aver dimenticato.



Oggi ho capito che alla mia vita serve una svolta, decisiva e radicale. Lasciamo perdere il compito di mate dal risultato incerto, il controllore che mi informa che il mio mensile è scaduto, la macchina che prende fuoco in curva e ci blocca in una corriera doppia e puzzolente, il trattore pirla che proprio a quell’ora va a mettere il catrame nuovo in strada. Come dice il mio amico e collega Simone Rossi, quando la tua vita finisce in una canzone di Ligabue, è il momento di cambiare vita. Ma nella mia storia non centra un cazzo Ligabue! Centra il fatto che mi sono accorta che fino a questo momento ho scazzato ogni cosa. Non sono la persona che dovrei essere, che VORREI essere. Ho vissuto di assoluti, mentre non esiste un colore “puro”. Il bianco e il nero non ci sono mai stati: questo fottutissimo pianeta è un ammasso di tonalità di grigio, punto e basta! Credevo di poter trovare il bene in tutto, ma non avevo fatto i conti con il punto di vista degli ALTRI! M. secondo me era fantastico, aveva quel terribile difetto di sfottere tutti, ma per me era un mito. Ora mi rendo conto che non è diverso di F., da B., da E., ne da G. Io volevo fare pace con lui, ma è lui che non vuole fare pace! Non se l’è presa per quello che gli ho detto giovedì, non gliene è mai fregato niente di me. Ha solo sfruttato l’occasione buona per tagliare ogni contatto. Ma ora apro gli occhi, perché l’unico che ci perde è lui. Io ho la mia vita, una vita che da adesso in poi sarà vera, la MIA vita. Fino ad ora ho cercato disperatamente di nascondere certi aspetti del mio carattere, per sentirmi un po’ più simile ai miei coetanei. Ma oggi ho capito che non sempre essere come gli altri, essere normali, è un bene. Non voglio essere come LORO! Non voglio più fare finta di niente, sono stanca di girare la testa dall’altra parte. Basta piangere di nascosto, poi fare come se niente fosse, come se fossi cieca. Ho fatto la brava, e mi hanno messo i piedi in testa. Ho fatto la figa e mi hanno presa per il culo. Non sono come gli altri, non sono normale. Basta dire bugie. Non scambierò mai più una scintilla per un incendio. E se farò degli errori, li ammetterò e ricomincerò da capo. Da domani non sarò più la brutta copia di una quindicenne nel 2010. Sarò semplicemente io. Andrò avanti, non annegherò più in un bicchier d’acqua. Ho la mia filosofia, la mia musica, le mie amiche, quelle VERE, non ho bisogno d’altro. ‘fanculo la società perbenista e ipocrita, ‘fanculo quel deficiente che ha rovinato Mtv. E chiedo scusa, ma chi si è offeso ha la coscienza sporca. Il cambio di nickname è collegato.



{settembre 21, 2010}   Il ritratto ovale

Il castello dove il mio scudiero si era azzardato a entrare con la forza (per evitare che, ferito gravemente, trascorressi la notte all’aperto) era uno di quegli edifici, misto di tetraggine e sfarzo, che da secoli – nella realtà, come nell’immaginazione della signora Radcliffe – si innalzano minacciosi tra gli Appennini. Sembrava che fosse stato abbandonato da pochissimo, però non in maniera definitiva. Ci sistemammo in una delle stanze più piccole e meno sontuosamente arredate, in una torre appartata. Le decorazioni erano ricche, ma logore e antiquate. Le pareti tappezzate erano adorne di numerosi trofei araldici dalle forme più varie e di moltissimi vivaci dipinti moderni racchiusi in sontuose comici d’oro arabescate. Per questi quadri – appesi non solo lungo le pareti principali, ma anche nelle moltissime nicchie imposte dalla bizzarra architettura del castello -, per questi quadri, ripeto, forse a causa del mio incipiente delirio, provai subito un profondo interesse. Ordinai quindi a Pedro di chiudere le pesanti imposte della stanza ­ era già buio -, di accendere le candele di un alto candelabro al mio capezzale e di aprire completamente le cortine, in velluto nero e ornate di frange, che avvolgevano il letto. Glielo avevo chiesto perché così, se non fossi riuscito a prender sonno, avrei potuto dedicarmi alla contemplazione dei quadri, alternandola alla lettura di un volumetto, trovato sul cuscino, che li descriveva e valutava.
A lungo, lessi. E con attenzione, devotamente, osservai. Le ore trascorsero veloci e gloriose, finché giunse la cupa mezzanotte. Il candelabro era in una posizione per me scomoda; allungando a fatica la mano (non volevo disturbare lo scudiere che si era appisolato) lo collocai in modo che la luce cadesse in pieno sul libro.
La manovra ebbe un effetto imprevisto. Ora, la luce delle numerose candele (erano davvero molte) illuminava una nicchia della stanza fino a quel momento rimasta al buio, dietro una delle colonne del letto. Vidi così in piena luce un dipinto che prima mi era sfuggito. Era il ritratto di una ragazza dalla femminilità appena sbocciata. Gettai una rapida occhiata al quadro e poi chiusi gli occhi. Perché lo avessi fatto, da principio non fu chiaro neanche a me. Ma mentre le palpebre rimanevano chiuse, cercai nella mente la ragione del mio comportamento. Era stato un gesto impulsivo per guadagnar tempo e pensare, per essere certo che la vista non mi avesse ingannato, per calmare la mia immaginazione e prepararla a fissare di nuovo il quadro, più tranquillamente. Dopo qualche istante, tornai a guardare il dipinto.
Ora ci vedevo bene. Anche volendo, non avrei potuto dubitarne, perché il primo balenare della luce sulla tela sembrava aver dissipato lo stupore di sogno che si era impadronito dei miei sensi, riportandomi d’un tratto alla realtà.
Ho già detto che il ritratto era quello di una ragazza. Con solo la testa e le spalle, eseguito nello stile che tecnicamente si chiama vignette. Le braccia, il seno, perfino il contorno della luminosa capigliatura sfumavano nell’ombra vaga e cupa che faceva da sfondo. La cornice ovale era riccamente dorata e filigranata secondo il gusto moresco. Come opera d’arte, era assolutamente degna di ammirazione. Ma a turbarmi in maniera così violenta e improvvisa non poteva essere stata né la fattura dell’opera, ne l’immortale bellezza del viso. Ed era del tutto improbabile che la mia immaginazione, destata dal dormiveglia, avesse scambiato il volto per quello di una persona viva. Vidi subito infatti che il tipo di disegno, come lo stile vignette e la cornice, avrebbero dovuto scacciare un’idea simile, evitando che mi ci soffermassi anche solo per un attimo. Rimasi forse un’ora a riflettere attentamente su questi punti, mezzo seduto, mezzo sdraiato, lo sguardo incatenato al dipinto. Dopo un po’, svelato finalmente il segreto, mi lasciai ricadere sul letto. Avevo scoperto che il fascino del dipinto consisteva nell’espressione, nella perfetta apparenza di vita che al principio mi aveva fatto trasalire e poi mi aveva confuso, soggiogato, atterrito. Con profondo e reverente timore rimisi allora il candelabro nella posizione di prima. Eliminata dalla vista la causa della mia profonda agitazione, cercai affannosamente il volume che parlava dei quadri e della loro storia. Al numero che corrispondeva al ritratto ovale lessi queste vaghe e strane parole:
“Era una fanciulla di rara bellezza, amabile quanto piena di gioia. Maledetta fu l’ora in cui vide il pittore, si innamorò di lui e lo sposò. Lui, uomo appassionato, studioso e austero, era già sposato con l’arte. Lei, fanciulla di rara bellezza, amabile e piena di gioia, tutta luce e sorrisi, festosa come una cerbiatta, amava e apprezzava ogni cosa. Odiava soltanto l’arte, sua rivale. Temeva soltanto la tavolozza e i pennelli e gli altri orribili strumenti che le sottraevano il volto dell’amato. Fu terribile quando il pittore disse che voleva fare un ritratto anche a lei, sua giovane sposa. Ma era mite e obbediente, e per molte settimane sedette docilmente nella stanza buia in cima alla torre, dove la luce cadeva sulla pallida tela soltanto dal soffitto. Ma lui, il pittore, era fiero di quel lavoro, che avanzava senza sosta, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Era un uomo appassionato, bizzarro e malinconico, perso nelle sue fantasticherie. E così non volle vedere che la luce, penetrando come un fantasma nella torre solitaria minava la salute e lo spirito della sua giovane sposa; lei sfioriva a vista d’occhio: tutti se ne accorgevano, ma lui no. Lei continuava a sorridere, senza lamentarsi, perché vedeva che il pittore, già molto famoso, traeva da quell’opera un piacere intenso e ardente, lavorando giorno e notte per ritrarre colei che tanto lo amava, e che tuttavia giorno dopo giorno deperiva e si intristiva. E in verità, chi aveva visto il ritratto parlava della somiglianza a bassa voce, come di una assoluta meraviglia, che dimostrava sia l’abilità del pittore, sia il suo profondo amore per la creatura ritratta in modo così straordinario. Ma alla fine, quando l’opera stava per essere terminata, a nessuno fu più consentito di entrare nella torre, perché il pittore, tutto preso dalla foga del lavoro, non staccava quasi mai gli occhi dalla tela, neppure per guardare il volto di sua moglie. Non volle vedere che il colore steso sulla tela era sottratto alle guance della donna seduta accanto a lui. E dopo settimane e settimane, quando ormai non restava quasi nulla da fare, se non una pennellata alle labbra o un tocco di colore agli occhi, lo spirito della donna ebbe ancora un guizzo, come una fiamma nella cavità di una lampada. Fu data allora la pennellata, e anche il tocco di colore, e per un attimo il pittore rimase in estasi di fronte al lavoro finito. Ma un attimo dopo, mentre ancora lo guardava, cominciò a tremare e impallidire; in preda al terrore, gridando ‘Questa è la Vita!’, si voltò verso l’amata: era morta”.

Edgar Allan Poe(1809- 1849), breve storia scritta nel 1842.



{settembre 15, 2010}   Under my skin

Today it’s a happy day!! Perché ieri è iniziata la scuola!! Quest’anno avevo deciso di sfoderare tutto il mio savoir faire per mostrare il mio lato alternativo. Con una coulisse dei pantaloni della tuta mi sono fatta un braccialetto, un laccio blu scuro che porto senpre attorno al polso sinistro, nel caso incontrassi una pattuglia di comunisti o un rapper che canta “Bandiera Rossa”. Poi sono andata all’”Arcobaleno Blu” a comprare i pennarella da stoffa nero, viola e rosso, perché quest’anno va di moda. Ci sono cinque scritte, sul mio zaino: “Nirvana” in rosso, “No Doubt”,  “Blur” e “Green Day in nero e viola, “The Cure” in nero, “Aerosmith” in rosso e nero e “Avril” in viola e rosso. E’ di quest’ultima scritta che voglio parlarvi. All’inizio non era neanche tanto sicura di scrivercelo, il nome della bella cantante pop punk Canadese, nata a Belleville ( vedi il film Appuntamento a Belleville, 2003), poi mi sono informata più approfonditamente sul suo conto e mi sono convinta a riempire lo spazio vuoto col suo nome. “Under my skin” è il mio album preferito della reginetta del Punk- rock, come si ama chiamarla. Si tratta del suo secondo album, ben diverso da “Let Go” e dal successivo “The Best Damn Thing”, ed è considerato dalla critica l’opra del cambiamento e della maturità artistica di Avril. Infatti esso si discosta dalle sonoritò pop- punk, per arrivare a un sound molto più Rock e meno commerciale. E’ un alm scaturito da esperienze personali che hanno dato vita a testi milto profondi. Lo stile dell’album, a partire dal booklet del cd e dalla cover, è molto cupo, quasi dark: sia i testi, che la musica e le immagini sono attraversati da una vena malinconica e triste. È considerato dalla maggioranza dei fan il miglior lavoro discografico che Avril abbia pubblicato fino ad oggi.

Eccovi la Track List:

Under the skin - cover

Take Me Away
Together
Don’t Tell Me
He Wasn’t
How Does It Feel
My Happy Ending
Nobody’s Home
Forgotten
Who Knows
Fall To Pieces
Freak Out
Slipped Away
I Always Get What I Want
Nobody’s Home



{settembre 5, 2010}   … PER CHI HA LA MUSICA NEL SANGUE

Quest’anno io e le mie amiche abbiamo scelto di comportarci da alternative.

diventONE

A partire dai diari scolastici. Niente Comics o Smemo, solo roba nuova e poco conosciuta, magari anche rara da trovare sul banco del vicino. Per esempio una mia amica, che fra poco entrerà nella community di questo adorabile sito web, ha preso il diario dei sette nani, senza Biancaneve al seguito. Il massimo dell’indipendenza, insomma. Io invece ho comperato il diventONE. Immaginatevi la scena: omini neri, grigi, verdi, bianche e viola, stilizzati e ispirati ai maggiori generi musicali, dal rock al hip hop, passando per il punk, l’emo, il metal, la pop music. Ci sono i test per scoprire a quale stile appartieni, e se hai o meno la stoffa del disk jockey. Io sono Punk, ma questo già lo sapevo, perché ogni volta che sono testimone di un’ingiustizia mi sento scoppiare di rabbia; mia sorella è Pop, ma ci potevo scommettere, visto la passione che ha per Madonna e Michael Jackson. Poi ci sono brevi riassunti per ogni genere, dove sono indicate filosofie, costumi, tematiche… I consigli per creare un videoclip a basso costo e i suggerimenti come playlist e imitazioni per quanto riguarda look e personalità. Ma come dissero i Corvi: “Io sono quel che sono…”. Mi è proprio tornata la voglia di sedermi al piano… Quando avrò disegnato il miei look, ovviamente super nonconformist, ve lo scannerizzo.



{settembre 2, 2010}   L’uccellino bianco

C’era una volta, non so bene quando, un uomo che viveva solo, in una grande casa colonica vicino al bosco. Quest’uomo amava moltissimo gli animali, in particolare gli uccelli. Proprio per questo motivo, nel cortile davanti a casa, aveva costruito quattro grandi gabbie di legno nero, dove vivevano un centinaio di uccelli. L’uomo ne aveva di tutti i colori: rossi, blu, gialli, verdi, neri, marroni, grigi… Gli mancava solo un uccellino bianco. L’uomo era disperato, perché in tutta la sua vita non gli era mai capitato di trovarne uno che si facesse acchiappare. Un giorno però, passò davanti a casa sua un vecchio saggio, che andava e veniva come il vento sulla costa. Da quello che l’uomo sconsolato si sentì dire, pareva che il vecchio conoscesse bene il suo problema: “Non temere, io so come farti avere l’uccellino bianco che tanto desideri, ma per trovarlo devi fare tutto quello che dico io: devi andare nel bosco, e camminare finché non arriverai a un sentiero tortuoso, tortuoso, tortuoso. Poi troverai una stradina lunga, lunga, lunga lunga, e in fondo a questa stradina lunga, lunga, lunga, lunga c’è un albero alto, alto, alto alto. Dovrai arrampicarti sul suo tronco, e sulla punta del ramo più alto ci sarà l’uccellino bianco. Ma dovrai fare molta attenzione, perché se vuoi acciuffarlo non devi fare rumore, altrimenti volerà via”. Il vecchio saggio raccattò il suo bastone da passeggio, e l’uomo lo vide sparire in fondo oltre il cancello. I consigli che aveva udito gli aveva restituito un po’ di speranza, tanto che il giorno dopo partì, alla volta del bosco. Come gli aveva detto il vecchio, percorse il sentiero tortuoso, tortuoso, tortuoso, poi imboccò la stradina lunga, lunga, lunga, lunga. E alla fine di quella stradina lunga, lunga, lunga, lunga, vide l’albero alto, alto, alto. Con calma e pazienza risalì il tronco, fino a che scorse, in fondo al ramo lungo, lungo, lungo, l’uccellino bianco. Dapprima l’uomo lo sentì cantare, e la sua voce era così melodiosa e dolce che rimase in ascolto. Poi, con cautela, l’uomo strisciò sul ramo lungo, lungo, lungo a gattoni; era quasi arrivato alla fine quando, si vede che aveva fatto un po’ di rumore, l’uccellino volò via. Tutt’altro che scoraggiato, l’uomo tornò a casa, deciso a ritentare il giorno seguente. Quando iniziò ad albeggiare, prese lo zaino e andò nel bosco. Come la prima volta imboccò il sentiero tortuoso, tortuoso, tortuoso, poi la stradina lunga, lunga, lunga. Scalò il tronco duro e ruvido dell’albero alto, alto, alto, alto, per poi ascoltare per qualche momento lo stupendo canto dell’uccellino bianco. Si avviò sul ramo lungo, lungo, lungo. Ma anche questa volta forse fece per sbaglio un po’ di rumore, e l’uccellino spiccò il volo. Il giorno seguente, con lo zaino in spalla, decise di tentare un’ultima volta la sorte. Una volta nel folto del bosco, trovò e percorse tutto il sentiero tortuoso, tortuoso, tortuoso e la stradina lunga, lunga, lunga, lunga. Si arrampicò sull’albero alto, alto, alto alto e sentì l’uccellino bianco cantare con voce cristallina. In punta di piedi si incammino lungo il ramo stretto, stretto, stretto e lungo, lungo, lungo. Fece molta attenzione, si mise con cautela, e alla fine riuscì a prendere l’uccellino bianco. Stanco ma contento, tornò a casa con il prezioso animale, e lo rinchiuse in gabbia insieme agli altri. Passò un po’ di tempo, e la vita dell’uomo riprese a scorrere monotona tranquilla. Un bel mattino di primavera, come ogni giorno, l’uomo uscì in giardino per dare da mangiare ai suoi uccellini. Mentre apriva una gabbia, l’uccellino bianco volò via. L’uomo lo guardò descrivere ampie arcate nel cielo azzurro, in rotta verso il bosco. Solo allora l’uomo realizzò che l’uccellino bianco voleva vivere libero. Qualche giorno dopo prese una decisione che cambiò per sempre la sua vita e il suo modo di vedere le cose: aprì le serrature di tutte le gabbie e guardò gli uccellini rossi, blu, gialli, verdi, neri, marroni e grigi spiccare il volo felici. Quell’uomo amava moltissimo gli uccelli, e gli lasciò liberi, e si sentiva libero a sua volta guardandoli talvolta svolazzare vicino al suo giardino, come in segno di riconoscenza. Sarà per questo che ancora oggi si dice: se ami qualcuno lascialo libero?

Spero di aver trascritto con fedeltà una della favole più belle che mi abbia mai raccontato il nonno, e di aver lasciate intatte le sue ripetizioni e la sua magia…



{agosto 30, 2010}   noi che aspettiamo il weekend…

E’ una realtà. Lo so bene io, che vado ancora a scuola: il sabato mattina facciamo il conto alla rovescia dei secondi, poi esplode tutto intorno a noi, ai banchi, alla prof di turno. A volte invece invece non ce ne rendiamo neanche conto, ma scoppiamo di felicità ugualmente. Invece Robert Smith, frontman dei The Cure, dice che ” Sabato aspetta e la domenica arriva sempre troppo tardi”. Non avete afferrato il concetto, non avete mai ascoltato “Friday I’m in love”? Scandaloso… V.V

Non si può amare per sette giorni. E il venerdì è la serata migliore. E se lo dice un darkettone come Robert Smith potete crederci (playlist n. 18 love is a rose – tratto da La Repubblica xL di agosto 2006).



eccetera
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