Opinioni – La poesia ne “L’attimo fuggente”

KeatingHo scritto il brano che segue per un compito a casa in V ginnasio. La prof che avevamo era abbastanza incompetente, una di quelle che si meriterebbe i controlli della buona scuola, perché faceva solo quello che le piaceva e tirava via sul resto. Il film L’attimo fuggente (Dead Poet Society) di Peter Weir ce lo fece vedere tutto, si vede che le piaceva molto. Io ne rimasi entusiasta, e mi presi i suoi complimenti davanti a tutta la classe, per questo pezzo.

“Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto”. Con questi versi di Henry David Thoreau si apre ogni riunione della Dead Poet Society, la società del poeti estinti, il titolo originale di questo film di Peter Weir. Protagonista è un gruppo di ragazzi di una scuola privata maschile degli Stati Uniti d’America che, incoraggiato dal nuovo professore di lettere, ma soprattutto incuriosito dai suoi poco ortodossi metodi di insegnamento, ricrea questa setta. Il professor John Keating, che in gioventù era stato membro della stessa setta, trasforma ogni lezione di poesia in una piccola lezione di vita. Egli fa continuamente riferimento ai versi di Walt Whitman, facendosi per esempio chiamare “Capitano, mio Capitano”, primo verso del poeta in una lirica che esprime lo sconforto per la morte di Abramo Lincoln. Grazie al suo carattere aperto e confidenziale, Keating trasforma la poesia in un ponte verso un’esistenza tanto consapevole quanto intensa. Oltre al celebre verso di Orazio “Carpe Diem”, che sintetizza il nostro detto “Non rimandare a domani quello che potresti fare oggi”, perché “lo steso fiore che sboccia oggi, domani appassirà”, molte altre sono le frasi che vengono citate e che rimangono impresse. Keating ci insegna che sono la poesia e la passione a mantenere in vita la nostra razza, tant’è che scriviamo poesie perché è nella nostra natura di esseri umani. Questo film ci insegna anche che è importante osservare le situazioni da diverse angolazioni. La realtà dell’istituto, in contrapposizione con il punto di vista che Keating offre ai suoi alunni, apre uno scorcio triste su un mondo costruito su solide tradizioni, che non si evolve e guarda con paura e disprezzo le innovative e liberali idee del professore. Una di esse è che “Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo”. I ragazzi pian piano iniziano ad uscire dallo status quo e a valorizzare i propri pensieri, a non dare più tanto peso a ciò che pensano gli altri. La poesia viene così vista come l’esaltazione del pensiero individuale. È un modo di comunicare con il mondo, di aggiungere un tassello fondamentale e unico a questa gigantesca impalcatura che è la vita. Se manca il tuo contributo,quel verso uscito un dì dalle tue labbra, il palazzo vacilla. Perché questa storia ci insegna che ogni individuo è importante, necessario. E verso la fine, quando sembra che le lezioni di Keating non siano servite e nulla, e il gregge abbia fatto di nuovo scacco matto, quando il dramma della morte sembra aver reso tutto vano, un grido si leva in direzione del professore: “Capitano, mio Capitano!” 

Come a dire: “Il fato può averci indeboliti, ma siamo pur sempre eroici cuori che non hanno perso la voglia di ribellarsi. Ogni individuo è importante, necessario alla comunità”.


Tutto molto bello, fresco, ancora da me condivisibile, eppure un mese fa lessi sul sito di Internazionale un articolo di Christian Raimo, dal titolo La scuola non è un attimo fuggente. Che parla di questo e di un altro film, Ovosodo di Paolo Virzì. L’autore parte da sue scene, da quella in cui il professor Keating invita i suoi studenti a strappare le pagine introduttive del loro libro di letteratura – un saggio veramente esistente, Understanding Poetry, scritto però da  Cleanth Brooks e Robert Penn Warren, padri del new criticism, non dal fittizio Jonathan Evans Pritchard, di cui il bravissimo Robin Williams si prende gioco – e la scena degli orali di maturità di Piero, che dimostra di non essere preparato riguardo all’analisi della poetica di D’Annunzio e di altri poeti italiani. Due episodi che inneggiano alla semplificazione dello studio della letteratura, che mettono al bando lo studio teorico della poesia per prendere unicamente in considerazione il lato dei sentimenti, delle sensazioni. Dice l’opinionista: “[…] la moda della semplificazione a tutti i costi, del soggettivismo, è diventata la patologia non riconosciuta della scuola, che finisce per contagiare molti aspetti della didattica[…]”. Raimo è convinto invece che l’analisi testuale, l’approfondimento, la lettura di “saggi complicati ma bellissimi”, la “parafrasi di testi di primo acchito impenetrabili”, l’ermeneutica, la retorica e la metrica, abbiano un ruolo nello sviluppo del senso critico del giovane che vi si accosti. E io, uscita da una Maturità Classica e Studentessa di Lettere Moderne, non potrei essere più d’accordo. E anche io, alla chiusura di questa prima sessione estiva, ringrazio quei professori che hanno insistito su tutto questo.

Ve ne sarò grata in eterno. 

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Studentessa di Lettere. Non tollera gli intolleranti.
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