Due spazi bianchi a Napoli

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“Lo spazio bianco” di Valeria Parrella, pag. 97, Einaudi 2008

Il primo romanzo di Valeria Parrella mi consente una recensione più personale delle altre. Parla di un’attesa, quella di una madre quarantenne, in una terapia intensiva del Meridione, dopo aver dato alla luce, con il cesareo oggi tanto discusso, una bambina prematura. Il libro mi è stato consigliato da mia madre, che lo lesse prima di me. La storia di Irene è la mia storia, la sua incubatrice è simile alla mia, le sensazioni di mia madre sono state simili a quelle delle narratrice in prima persona. Che – nemmeno a farlo apposta – svolge pressappoco lo stesso mestiere di mia madre; la mamma immaginaria insegna Lettere in una scuola serale, la mia, vera, la cui forza mi ha tirato su in molte occasioni, lavora con i bambini stranieri delle primarie, quelli che non masticano ancora bene l’italiano. Non so se esiste un nome scientifico per questo ruolo: quando me lo chiedono, a me fa sempre piacere dire ‘alfabetizzatrice’, ha un suono solenne, quasi che mia madre fosse la sacerdotessa di un culto più di altri importante, o una sorta di levatrice. “Lo spazio bianco” racconta di due vuoti, che devono essere colmati, primo o poi e in un modo o nell’altro: quello tra una settimina e la madre, apprensiva, sospesa tra la vita e la morte quasi più del feto partorito anzitempo; e il gap culturale, burocratico, che lega molti stranieri e straniere – nel libro, anche molti adulti compatrioti che hanno iniziato a lavorare a dodici anni – a opportunità di serie b. E nel suo progredire, ti lascia man mano qualcosa dentro: il calore umano, la tenacia di chi si rialza, il sorriso di chi prosegue, dandoti la mano. Oltre gli stereotipi e i pregiudizi, oltre i falsi e pesanti modelli, c’è l’Umanità, da accogliere a braccia aperte.

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Studentessa di Lettere. Non tollera gli intolleranti.
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