Ormai è la nostra Christiane – #IlMartedìdelLibro

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Nell’agosto di qualche anno fa ho trovato, al mercato di Malè, un’edizione economica e di seconda mano di “Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”. Mi è rimasto dentro per diversi motivi: innanzitutto per la storia e le immagini scioccanti che evocava, l’immedesimazione parziale in quella ragazzina esile e dai capelli rossicci che fugge al degrado della propria adolescenza in ogni sorta di droga fino a sprofondare nell’eroina e nelle marchette; in secondo luogo, perché ho affrontato il libro in compagnia del mio ragazzo. Lui legge poca narrativa, ed è stato bello poter fare un po’ per uno, ad alta voce, sul divano della sua mansarda; è stata un’esperienza intensa anche vedere il suo volto deformato dalle smorfie di ribrezzo, dopo tutto.

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Citazione da “Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, pagina 74; la ragazzina è appena entrata nel giro dello discoteca Sound.

Esterrefatta da quello che avevamo scoperto, come tanti mi sono chiesta che cosa potesse essere capitato alla “star del buco del Bahnhof Zoo”. Poi, poco più di un anno fa, sono capitata su una video-recensione del secondo capitolo della storia di Christiane Vera Felscherinow. La prima cosa che ho pensato è stata: “Sarà come tutti i sequel, non un granché e scritti solo per far spendere quei venti euro a chi ha adorato il primo libro”.

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È straordinario come in una sola pagina di “Christiane F. La mia seconda vita” sia possibile trovare un così alto numero di episodi significativi. Questo è il primo di pagina 175; Christiane commenta l’ennesima ricaduta.

Mi dimenticai del libro – “Christiane F. La mia seconda vita”, edito da Rizzoli nel febbraio 2014 e scritto in collaborazione con Sonja Vukovic – e dell’impressione che ne avevo avuto. Finché, appena tre settimane fa, non ne trovai una copia a un euro sulla bancarella della Biblioteca Arturo Loria di Carpi. Non ci pensai nemmeno un attimo: comprai il libro e dopo pochi giorni iniziai a leggerlo; se non avessi avuto un esame da preparare, credo lo avrei divorato in ventiquattr’ore.
Nella scrittura, l’assenza di mediazione tra ciò che pensa Christiane e la pagina bianca si sente – nel precedente volume, invece, i giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck avevano sbobinato e riportato in una veste più corposa le registrazioni delle loro chiacchierate con la giovane – ed è stata per me una piacevole sorpresa. Lo stile è quello di chi non ha studiato molto, che non scrive prosa di mestiere; vi ho rivisto molti espedienti comunicativi di “Just kids”, il romanzo autobiografico di Patti Smith sulla scena artistica newyorkese degli anni ’70 e del suo rapporto col fotografo Robert Mapplethorpe. Frasi brevi, lessico semplice, mai banale, preciso quanto basta per delineare scene nitide su di un orizzonte che si perde in lontananza, ma che in fondo non servirebbe a nulla. In “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” è tutto più chiaro, ma anche più freddo, nonostante sia proprio il realismo che lo contraddistingue a definirne l’orrore e la crudezza. Nell’edizione che ho io, inoltre, il sottotitolo in maiuscolo recita “un documento-verità sul dramma della droga fra i giovani”: è più un saggio che un racconto autobiografico, quando l’aggettivo possessivo in prima persona singolare nel titolo del seguito evidenzia un’autoreferenzialità nuova, che rende vivo e pulsante il contenuto di questa copertina cartonata. La narrazione è anche questa volta in prima persona, corre veloce e ti coinvolge fin dal principio.

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Poche righe a fondo pagina che descrivono la mancanza di delicatezza dei giornalisti, affamati di titoli sensazionalistici.

I tre paragrafi scritti da Vukovic – l’introduzione, un parte centrale sulla situazione della Zurigo dei tossicodipendenti e la postfazione – sono interessanti saggi di inquadramento storico, utili a collegare i due libri tra loro. Le ricadute, le disintossicazioni, la terapia sostitutiva a base di metadone, la maternità: ogni pagina di questo racconto fa vedere con quanta facilità si possa finire nel vortice della dipendenza; potrebbe capitare a tutti, bastano abbandono, solitudine, vuoto educativo e le compagnie “giuste”. Per questo credo sia un imperativo che letture di questo genere diventino obbligatorie negli istituti superiori, per aiutare i ragazzi a riconoscere i passaggi attraverso cui è rischioso transitare. Ed evitarli, forse, cambiando strada prima di una soglia che nessun bambino dovrebbe mai varcare.

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Informazioni su dedette

Studentessa di Lettere. Non tollera gli intolleranti.
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