King, i ragazzi ribelli e il grano: genesi di un piccolo capolavoro

Quest’oggi vorrei analizzare gli elementi che hanno reso così fortunato il tema di uno dei primi racconti di Stephen King: “I figli del grano”, contenuto nella prima raccolta dell’orrore dell’autore originario del Maine: “A volte ritornano” (1978). Non voglio svelare la trama, perché la curiosità di chi legge rimanga intatta, mi limiterò a prendere in considerazione alcuni aspetti di come si costruisce un capolavoro in miniatura.

Lo staff del canale di Youtube Italia ParanormalZoneIT ha letto e interpretato a mio avviso in maniera perfetta il racconto: qui il primo video di nove.

Primo aspetto: i bambini. Protagonisti indiscussi degli horror cinematografici del XXI secolo, i bambini – o comunque i ragazzi molto giovani – sono un qualcosa che aggiunge alla trama un’inquietudine particolare, perché macchia e contamina il mondo dell’innocenza con atmosfere oscure, che dovrebbero essergli estranee. Soprattutto, il cucciolo d’uomo, che dovrebbe portare felicità e leggerezza, è spesso e volentieri esso stesso il serial killer, il posseduto, il sadico: un mondo alla rovescia che manifesta la nostra paura e la poca conoscenza che abbiamo di un periodo della nostra vita in cui i nostri canali di interazione come più ricettivi; sarà quindi più facile percepire presenze occulte… Ed è quello che accade qui, al centro di una prosa che non lascia nulla al caso e in cui niente è superfluo; un talento per la scrittura che il diciannovenne Stephen aveva già mostrato nel primo romanzo, ormai fuori catalogo, “Ossessione”.

Secondo aspetto: Ribellione contro i padri, intento di costruire una società migliore. In questo simile a “Il Signore delle mosche” di William Golding, è presente la volontà da parte del gruppo di giovani di costruire una società migliore rispetto a quella dei loro padri. Eppure, come a voler ripetere il topos tragico “le colpe dei genitori ricadono sempre sui figli”, ogni tentativo di riscatto fallirà, se possibile peggiorando ulteriormente la condizione dell’Uomo.

Terzo aspetto: le religioni, aurorali e non. Il tema della religione è stato molto sviluppato dalle pellicole horror – in quel filone che tratta di esorcismo e demoni – e associato a quello dell’infanzia ne aumenta l’efficacia: non è infrequente ricordare le proprie esperienze di catechesi e le prime confessioni, in cui spesso ci veniva chiesto di chiedere perdono per azioni di cui non comprendevamo la negatività. In questo caso, poi, la divinità bestiale denominata “Colui Che Cammina Dietro I Filari” evoca un’umanità antichissima, primitiva, forse cannibale e frequentatrice di riti violenti; ancora una volta, un mondo a noi celato nel tempo. Ma in ogni caso stiamo parlando di una religione monoteista, che si rifà chiaramente all’Antico Testamento, più intransigente e sanguinario del Vangelo; c’è qui il collegamento a tutta una serie di crimini commessi dalla Chiesa nel corso della sua Storia – dai roghi di streghe ai processi ereticali e alla Scienza secentesca, al colpevole silenzio nei primi anni della Shoah.

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Rispettivamente, il DVD e la locandina dei primi due (di sette) capitoli del serial cinematografico ispirato dal racconto. Gli adattamenti sono poco apprezzati dai cultori del genere, e lo stesso King ha affermato che li considera tra i peggiori tratti da sue opere.

In questo articolo ho sviluppato i punti espressi dalla seguente fonte:
I FIGLI DEL GRANO – La zona morta

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Analisi di una bufala divenuta fenomeno: Marzano e il Gender

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Michela Marzano, “Papà, Mamma e Gender”, in libreria da ottobre 2015 per UTET; dalla Biblioteca Arturo Loria di Carpi (MO)

In “Papà, Mamma e Gender”, Michela Marzano instaura un dialogo – un po’ come Tahar Ben Jelloun in “Il razzismo spiegato a mia figlia”, di cui ho scritto una recensione – con il lettore desideroso di disperdere i dubbi sulla polemica che sta intorno all’ideologia del gender.

Marzano spiega, analizza, argomenta come non vedevo fare da tempo. Parla di razzismo, sessismo, omofobia con semplicità e senza lasciare nulla al caso. Cita colleghi filosofi e scrittori – come Simone de Beauvoir e Judith Butler, femminista ed esponente degli Studi di genere a lungo osteggiata, cui viene fatto un omaggio con trasporto e correttezza di parole – integra ogni fonte, ogni pagina web che venga presa in esame. Ho molto apprezzato anche il riferimento alla vicenda del romanzo di Melania Mazzucco, “Sei come sei”, di cui mi riprometto in questa sede di stendere una recensione entro breve. Trasparente, alterna pagine in Times intime, sentite, dal profondo, che contengono elementi del suo vissuto, a altre in Comic Sans dall’impianto più freddo, giornalistico. E’ guidato dalle migliori intenzioni, questo

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Frammento di Glossario, definizione di Bullismo. Per i duri d’orecchio, e gli egoisti.

pamphlet svelto da leggere, accurato, rassicurante, ma allo stesso tempo dal potere propulsivo. Fa venir voglia di impegnarsi, contro il bullismo, gli stereotipi che imprigionano, l’educazione su cui tanto batte il martello di questa prosa. E’ un invito all’ascolto di tutti, dolcemente e senza paraocchi, se non quelli razionali e per forza di cose giusti del sentimento umano, in tutte le sue forme. Un saggio coraggioso, il cui fine ultimo è racchiuso nelle parole che seguono, appartenute ad Albert Camus:

“Nominare in maniera corretta le cose è un modo per tentare di far diminuire la sofferenza e il disordine che ci sono nel mondo”.

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Frammenti di Glossario, definizione di due sconosciuti, ad ausilio dei Maschilisti: Ruoli di genere e Sessismo.

La sofferenza per i “diversi”, lontani dall’etero-normalità della società in cui viviamo, il disordine nei cuori di chi vorrebbe schiacciare il loro diritto a una vita visibile, riconosciuta, eguale. Per i quali c’è l’immancabile glossario, al termine di questo che spero diventi un must nelle librerie di rivoluzionari e progressisti.

Ho scritto dell’autrice e del libro anche qui, sul blog collettivo Tempo Perso.

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Leggere “Maus” di Art Spiegelman a 14 anni

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I preadolescenti di oggi si fanno sempre molti selfies. Ecco la nostra amica Matilde, con il libro in programma per oggi: “Maus” di Art Spiegelman, Einaudi, Stile Libero.

La mia interlocutrice, di appena quattordici anni, ride e scherza mentre mi preparo a intervistarla. Dice che sono lenta a prendere appunti; il che può essere vero, considerato il fatto che è la prima volta che mi vedo costretta a trascrivere risposte a domande che sono io stessa a porre.

Alla fine però sono pronta, e leggo la prima domanda, quasi una preghiera, per chi non avesse ancora letto questo magnifico graphic novel.

Ci riassumi brevemente la storia?

E’ l’esperienza di un ebreo che ha vissuto nei Campi di Sterminio di Auschwitz e di Dachau, raccontata dal figlio fumettista. A queste vicende si mescolano quelle della vita contemporanea di questa famiglia, la malattia e la morbosità del padre verso le cose materiali, insieme al suo razzismo e all’avarizia, tutti atteggiamenti dovuti al proprio tragico vissuto.

Chi ti ha fatto conoscere quest’opera?

E’ stato un regalo per l’ultimo Natale da parte di mia cugina e fidanzato, insieme a “Va’, metti una sentinella” di Harper Lee.

Cosa pensi dell’identificazione dei tedeschi coi gatti e degli ebrei coi topi?

E’ geniale, riassume in semplici simbologie l’angoscia che può provare un uomo (in questo caso, un ebreo) sotto le grinfie del proprio predatore (il nazista).

Spontaneamente, la nostra giovane amica continua a spiegarci la sua visione dell’umanità, qui raffigurata come uno zoo, per cui è più semplice capire fatti e sentimenti provati di conseguenza.

Voglio rimanere in tema, approfondire ancora l’aspetto, che a una prima occhiata può apparire meramente grafico, dell’umanità in quanto zoo. Perciò, attacco con una domanda malandrina, per verificare la cura e l’attenzione con cui la nostra compagna di viaggio deve aver letto il libro:

Come vengono raffigurati i collaborazionisti?

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Un assaggio dello stile delle tavole. Si possono notare i laccetti delle maschere da maiale che nascondono gli ebrei che ne hanno bisogno.

Sono maiali, come in generale tutti gli altri, gli ariani. Sono la maggior parte della popolazione, divisa tra collaborazionisti e chi aiuta gli ebrei. Il maiale è il simbolo di chi non è perseguitato, quindi può decidere da che parte stare. Quando gli ebrei non vogliono farsi riconoscere, l’autore li disegna con una maschera riconoscibile da maiale. Gli animali rappresentano ogni modo di essere: per esempio, i conigli sono i fedeli di religione non ebraica e non cristiana.

So che hai visitato da poco un campo di concentramento. Ci vuoi raccontare cosa hai provato, quali sono state le tue impressioni?

Ho visitato Dachau, e stavo leggendo la fine del romanzo a fumetti, proprio il pezzo in cui il protagonista si trova lì.

La nostra intervistata è inizialmente perplessa alla domanda sulle impressioni e i sentimenti provati, come tutti, spesso, davanti a queste talvolta inopportune richieste, ma alla fine acconsente a cercare una risposta:

Ho provato ribrezzo per il comportamento degli uomini verso altri uomini, davanti alla rivelazione delle condizioni reali di persone non più tali, scese all’esistenza di numeri.

Ho visionato un filmato sulla Storia del Campo: mi ha particolarmente colpito il momento in cui al Sindaco e alla moglie viene mostrato ciò che avveniva lì dentro. Il motivo è che c’erano sì le persone che non sapevano, ma anche coloro che facevano finta di niente, di non sapere né vedere. Il ché ritengo sia molto, ma molto peggio.

Pensi che il libro debba avere maggiore diffusione tra i ragazzi della tua età? Per quale motivo?

La mia prof di tedesco lo portò in classe in occasione della Giornata della Memoria.

E’ come di Storia, una testimonianza, lo consiglio, dovrebbe essere consigliato dagli insegnanti, come ha fatto la mia professoressa. E’ leggero, ma racconta la cose come stanno, anche nella loro durezza.

Ritieni che la forma del fumetto sia appropriata per questa vicenda? Credi che aggiunga qualcosa al racconto, come l’immediatezza o l’intensità?

Credo si possa raccontare in tutti i modi, se si è bravi a porre la materia nel modo giusto. E’ la capacità e lo stile dell’autore che deve venir fuori.

In questo specifico caso, quando leggi hai il supporto delle immagini, che non è necessariamente infantile, ma ancor più istruttivo del testo.

C’è un’osservazione, o una critica, che vorresti rivolgere all’autore, se potessi?

Vorrei ringraziarlo, perché è molto più di un racconto per immagini, e dal punto di vista storico e umano dà una visione più completa. L’umanità del narratore nel raccontare è stata come un insegnamento, senz’altro un “di più”. Sapevo che Spiegelman stava male ed era felice insieme ai suoi personaggi, lo trasmetteva. E questo mi ha aiutata a capire, ha impresso meglio i particolari che andavano ricordati.

Le domande sono finite, e sono soddisfatta di com’è andato questo pomeriggio. Se avevamo qualche dubbio su come funzioni il cervello del giovani d’oggi, ora abbiamo la prova che, se correttamente stimolato, può dare risultati eccellenti. Che questo sia un incentivo anche per altri alunni e insegnanti a leggere e a parlare di quest’opera, senza saltarle alla gola per il suo aspetto, per le sue tavole così schematiche, che possono risultare semplici ad un occhio superficiale o inesperto. Invito gli scettici e gli appassionati di Storia, gli studenti, gli addetti ai lavori, ad aprirsi a “Maus”; molto più di un fumetto, oltre il genere “romanzo”, il memoriale, il racconto storico. Una squisita combinazione per servire ai contemporanei e ai posteri la vita e le esperienze di un popolo perseguitato, come lo sono molte genti dei tempi nostri, ben meno riconosciute, ben meno capite e ascoltate come tali.

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Il destino tragico delle orfanelle nelle fiabe

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“Il terzo incomodo”, opera prima di Elena Marinelli, Baldini&Castoldi 2015

Partiamo dal titolo; “Il terzo incomodo” apparirà solo alla fine, è vero, ma sembra anche qualcosa che abbia perseguitato la protagonista per tutta la vita. E’ il caso, il destino, quel granello di sabbia che blocca l’ingranaggio e impedisce alle cose di essere nel modo in cui appaiono. Ma non solo, gli aspetti più immediatamente percepibili – la divinità cieca che sconquassa l’esistenza di una bambina sfortunata, ovviamente orfana – contribuiscono a rendere l’intreccio, ai miei occhi, tipico di una fiaba. C’è la struttura ad anello, una maledizione ciclica che si abbatte su una generazione dopo l’altra, non risparmia nessuno. Insieme ad essa, persiste “un grande, enorme rimosso di cui [Teresa] non capisce le ragioni”: il fatto di non sapere le cose come siano andate, di non avere un ricordo dei momenti tragici, forse. Perché per Terry, i ricordi e la memoria sono un chiodo fisso; quando i suoi genitori sono morti da un po’, lei si sente un mostro perché si accorge di non ricordare niente di loro. E così, esclusa “dal mondo dei coetanei, costruendosi una vita invisibile”, Teresa si rotola, come faceva con mamma e papà, per cercare di stare meglio. In ogni momento difficile lei vorrebbe rotolarsi; sull’asfalto, giù per la collina, non importa. E’ qualcosa che ha a che vedere col ricordo, ma anche col perdono. E’ il suo lavoro, il suo talento, osservare gli oggetti antichi e malmessi e restituirgli vita, qualcosa da raccontare, come quello della nonna, una sarta speciale.

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Esempio di metafora “folgorante”, pag. 261, ultimo capitolo.

Un libro dal sapore rustico, ma sofisticato, con similitudini e metafore che rivelano una certa predilezione di Elena Marinelli per le associazioni libere e bizzarre dell’inconscio. Lo consiglio perché è un romanzo d’esordio, uno di quelli che mi fanno invidia, e perché inizia in medias res, come le epopee più meravigliose. Come l’Iliade, per esempio.

Altre recensioni (sicuramente migliori, più utili e oggettive):

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L’America indigena di Burgos e Zucconi

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Elisabeth Burgos, “Mi chiamo Rigoberta Menchù”, Astrea Pocket, Giunti, trad. di A. Lethen

Mi chiamo Rigoberta Menchù” di Elisabeth Burgos, non è semplice da descrivere. Nella Biblioteca del mio Comune, Carpi, il libro è stato inserito nella sezione Memorie. Tecnicamente, è la trascrizione del racconto orale di una donna india, ventitré anni, figlia del contadino e rivoluzionario quiché Vicente Menchù. Rigoberta sarà insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1992, dopo aver alzato la voce, per lottare e far conoscere le persecuzione e le discriminazioni che gli ultimi discendenti dei Maya hanno subito nel secoli. La traduttrice, Andra Lethen, ha conservato col proprio lavoro l’idea di oralità, attraverso la ruvida semplicità della paratassi, del lessico, e frasi corte, ma che feriscono per la violenza e la Verità del contenuto, come fango che sporca tutto e che difficilmente si lava via. E’ il racconto corale degli indios guatemaltechi, della povertà delle loro aldeas, della loro identità che hanno protetta, celata, e per la quale sono stati discriminati. I raccolti scarsi, la fame, la morte dei bambini, l’avvento del governo del Militare Lucas, i sequestri, gli stupri;  ma

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citazione da pag. 38, capitolo terzo “Il nahual”

anche la guerriglia della sorellina di otto anni, la catechesi del fratello, poi torturato, il lavoro delle donne nella dirigenza delle Organizzazioni dei Contadini e degli Operai, l’incontro e l’amicizia, la vicinanza e la condivisione con i latinos – i mezzosangue, vendutisi ai costumi spagnoli –, le tortillas sono gli elementi essenziali che contribuiscono a formare questa grande epopea di sofferenza, di lavoro, di conquista, di libertà.

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Vittorio Zucconi, “Gli spiriti non dimenticano. Il mistero di Cavallo Pazzo e la tragedia dei Sioux”, Arnoldo Mondadori Editore

Mi permetto di consigliare, inoltre, la lettura di questo libro un po’ particolare – un po’ romanzo storico, un po’ saggio, un po’ memoria – scritto da Vittorio Zucconi nel 1996, dal titolo suggestivo “Gli spiriti non dimenticano”. Mi sento di accostarlo a quello di Burgos per il fatto che tratta l’altra metà del Nuovo Mondo, quella forse più oscura, sopravvissuta purtroppo in poche centinaia di indigeni pellerossa, in povertà nelle riserve nel Nord America. Eppure da quest’opera noi impariamo quanto la ricchezza e la forza dello Stato che guida ora il destino della Terra siano state costruite sulle rovine e sui cadaveri di uno dei popoli più fieri e gloriosi di ogni tempo. Uomini che davvero amavano la Terra, ne rispettavano le creature, custodivano usanze antiche, ci hanno tramandato nenie e preghiere. Non possiamo far altro, per ricordarli, che lasciarci trascinare dall’epopea di uno dei condottieri che riunirono le varie tribù di indigeni nordamericani per tentare di resistere all’invasore, al nemico bianco. E non resterà che provare infinita vergogna nell’accorgerci quanto simile al colono inglese sia l’uomo moderno, con la sua voglia di espandersi, possedere, consumare. Se non altro da questi guerrieri coraggiosi possiamo imparare a chiedere il permesso per ogni pietra spostata, per ogni animale abbattuto per i nostri bisogni, non più immediati, ma messi insieme col tempo; cercando, come loro, di conoscere l’altro, di capirlo, prima di decidere di sparagli.

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Famiglie secondarie: il cambiamento che spaventa

Rebloggato dal blog collettivo TempoPerso.

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Ed Testa e Nichi Vendola, la cui paternità è stata molto discussa (anche criticata) in questi giorni

 

La settimana scorsa si è chiusa con una legge storica per l’Italia – nonostante sia passata in sordina a causa del maxiemendamento – che regolamenta le Unioni Civili per le coppie dello stesso sesso e le coppie di fatto di ambo gli orientamenti sessuali. Viceversa, questa è iniziata con una lieta notizia, riproposta dai giornali e molto discussa: la nascita, in California, del figlio di Nichi Vendola, leader di Sel. Figlio biologico del compagno Ed Testa, per la precisione. Ed ecco che spunta – immancabile e prontamente affilata – l’Amaca di Michele Serra, che ci rammenta tutti quei bambini che lasciamo da parte quando ci accaniamo su di un figlio della surrogacy statunitense: quelli vittime delle bombe, di matrimoni prepuberali, del traffico di organi, delle acque del nostro Mediterraneo inospitale. O di noi mediterranei, la questione è centrale.

Mi sento quindi in dovere di chiedere scusa al giornalista di Repubblica per soffermarmi

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L’Amaca di Michele Serra, su Repubblica il 02/03/2016

anch’io su creature tra le più fortunate, se non altre perché desiderate sopra ogni cosa. Mi sento anche in obbligo, però, di parlare di questi bambini – figli di genitori occidentali e privilegiati, sia pure – a cui il nostro paese, venerdì scorso, ha voltate le spalle. Peggio ancora; ha guardato i loro visi, paffuti e irriconoscibili tra quelle dei figli della famiglia tradizionale, e ha proclamato, davanti al mondo intero: “Voi non esistete”. O altrimenti: “Siete pochi, non meritate che si faccia una legge ad hoc per voi, per le vostre famiglie dimezzate”. Per lo Stato italiano, infatti, il figlio di Nichi è figlio unicamente di Ed; il quale convive stabilmente e forse si unirà civilmente a Nichi, ma questo è secondario. E’ secondario che a volere quel bambino siano stati in primo luogo Nichi ed Ed, supportati poi da tutta l’equipe di americani che già da decenni permette a coppie piene d’amore di formare una famiglia. E’ secondario che sia anche Nichi a prendersi cura di quel cucciolo d’uomo, che lo mantenga e lo educhi in accordo e insieme a Ed, padre single del figlio di una formazione sociale specifica. Questo bambino è secondario, perché è uno dei pochi, un pioniere; così è secondaria la sua famiglia – e la chiamo in questo modo, famiglia, perché per fortuna la lingua italiana è più avanti del suo Governo. Venerdì scorso la legge ha colmato un vuoto, ma con una voragine. Ha affermato ciò che sarebbe stato confinato nelle opinioni di chi appoggia il Family Day: ci sono cittadini, relazioni, figli di serie b. Una minoranza, in seconda fila, che per qualcuno è innaturale, a differenza dei polmoni artificiali e di Italo. La nostra Costituzione ha un articolo 3 tra i più moderni, democratici ed egualitari al mondo, che recita:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Una professoressa della medie ce lo fece imparare a memoria, per quanto è pregno di significato. Venerdì scorso il Senato ha sancito una discriminazione: ci sono in Italia oggi, padri e madri omosessuali che non sono genitori davanti alla Legge, sapendo che le loro relazioni valgono meno del Matrimonio. Il regno delle persone fertili e fedeli, twitta qualcuno, magari sulla schiena di una prostituta.
Le famiglie arcobaleno, però, hanno già dimostrato tutto il loro valore, la loro voglia di esistere e di dare amore: ci sono genitori a metà che curano i loro non figli, pur non essendo a essi vincolati da legami di sangue; ci sono coppie che stanno insieme e si rispettano pur senza questo fantomatico obbligo di fedeltà. Esistono, affrontano tutti i disagi e le problematiche degli altri nuclei, pur avendo un nome che ricorda un morbo.
Nel Simposio, Platone fa pronunciare a Pausania la distinzione fra Afrodite Urania (o celeste) e Afrodite Pandemia (o popolare). Ebbene la più alta e nobile, l’Urania, era la dea dell’Amore per le anime, che aveva per oggetto solo ed esclusivamente i fanciulli, cioè altri uomini. Nell’antica Grecia, il rapporto tra uomini era finalizzato all’educazione del più giovane, che veniva preparato alla vita pubblica.
Sarebbe lungo spiegare come abbia fatto la Storia a ribaltare questa gerarchia. Ma si può tentare di immaginare cosa spaventi tanto di queste unioni: la parità non utopica di due persone vincolate ai medesimi stereotipi, in cui non c’è una moglie sottomessa, o un marito che porti a casa il pane e la castighi. Viene meno il rapporto pendente di Cristo con la sua Chiesa, alla base del Matrimonio Cattolico. E’ l’occasione di scoprire tutta la misoginia e il maschilismo di chi ha paura di non avere quel coltello dalla parte del manico, che è sempre stato la cultura degli uomini contro (e sopra) le donne. Sposate e sottomesse, direbbe Costanza Miriano. L’amore omosessuale spaventa perché nasce libero da questi preconcetti, dalla cultura della differenza, dalle discriminazioni tra partners e nell’educazione dei figli. Ancora una volta, quello che spaventa l’Italia più retrograda, da cui mi dissocio, è il progresso, il cambiamento. roma_tribunale_stepchildIntanto, il tribunale di Roma ha già dato l’okay alla Stepchild Adoption per le figlie di una coppia di donne conviventi, dimostrando ancora una volta lo scollamento tra la politica e il sentire del paese reale, che prende voce spesso attraverso i Magistrati.

L’augurio che non possiamo che esprimere è per la parità: tra i coniugi, tra la prole, tra le coppie. Nessuno deve essere secondario davanti alla Legge, né davanti a un altro essere umano.

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Due spazi bianchi a Napoli

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“Lo spazio bianco” di Valeria Parrella, pag. 97, Einaudi 2008

Il primo romanzo di Valeria Parrella mi consente una recensione più personale delle altre. Parla di un’attesa, quella di una madre quarantenne, in una terapia intensiva del Meridione, dopo aver dato alla luce, con il cesareo oggi tanto discusso, una bambina prematura. Il libro mi è stato consigliato da mia madre, che lo lesse prima di me. La storia di Irene è la mia storia, la sua incubatrice è simile alla mia, le sensazioni di mia madre sono state simili a quelle delle narratrice in prima persona. Che – nemmeno a farlo apposta – svolge pressappoco lo stesso mestiere di mia madre; la mamma immaginaria insegna Lettere in una scuola serale, la mia, vera, la cui forza mi ha tirato su in molte occasioni, lavora con i bambini stranieri delle primarie, quelli che non masticano ancora bene l’italiano. Non so se esiste un nome scientifico per questo ruolo: quando me lo chiedono, a me fa sempre piacere dire ‘alfabetizzatrice’, ha un suono solenne, quasi che mia madre fosse la sacerdotessa di un culto più di altri importante, o una sorta di levatrice. “Lo spazio bianco” racconta di due vuoti, che devono essere colmati, primo o poi e in un modo o nell’altro: quello tra una settimina e la madre, apprensiva, sospesa tra la vita e la morte quasi più del feto partorito anzitempo; e il gap culturale, burocratico, che lega molti stranieri e straniere – nel libro, anche molti adulti compatrioti che hanno iniziato a lavorare a dodici anni – a opportunità di serie b. E nel suo progredire, ti lascia man mano qualcosa dentro: il calore umano, la tenacia di chi si rialza, il sorriso di chi prosegue, dandoti la mano. Oltre gli stereotipi e i pregiudizi, oltre i falsi e pesanti modelli, c’è l’Umanità, da accogliere a braccia aperte.

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