La veterolingua della politica – #IlMartedìdelLibro

«Oggi, l’eloquenza di molti politici può essere definita volgare proprio a partire dall’uso distorto che fa della parola e del concetto di popolo. Un uso dal quale discende quasi sempre una retorica dell’abbassamento. Nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta in realtà come un popolo bue. Qualcuno a cui rivolgersi con frasi ed espressioni terra terra, cercando di risvegliarne bisogni e istinti primari. […] Questa eloquenza è volgare perché da questa idea di popolo discende una lingua che è al tempo stesso paternalista e antipedagogica.» (pp. 16-17).

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Oggi vorrei parlarvi di un piccolo saggio, edito da Laterza, scritto dal professore di linguistica italiana Giuseppe Antonelli e intitolato Volgare eloquenza – Come le parole hanno paralizzato la politica; davvero un’opera che si legge velocemente, ricca nel contenuto e dallo stile armonioso, tra chiarezza e brillanti considerazioni linguistiche e sociologiche. In essa, l’autore illustra l’evolversi della lingua del discorso politico dal politichese della Prima Repubblica al gentese, la cui parabola è iniziata con Bossi per continuare con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e con il vaffa-day di Beppe Grillo. Passando poi attraverso la distesa analisi della retorica di Vendola e di Renzi, si dipinge un quadro fatto di parole vuote, lontane dalla realtà dei fatti, di una dialettica che si è fatta narrazione (o meglio affabulazione), di fake news e di un forte utilizzo delle “faccine”, tanto che Antonelli afferma che sia avvenuto il passaggio dal logos ai loghi. Sfruttando il paradigma del rispecchiamento (in inglese mirroring), il politico contemporaneo si abbassa a parlare (male) proprio come l’elettore medio di cui vuole ottenere la preferenza. Non più paroloni difficili e citazioni latine, ma una lingua semplice, banale, fatta anche di strafalcioni, in un mondo nel quale la cultura perde sempre più il proprio sex appeal. Il tutto acuito dall’uso di Twitter e Facebook, i quali, però, possono dare una mano nel momento in cui si volesse invertire la rotta. «Dobbiamo tornare a dire sì al logos, prima come pensiero e poi come parola. Riflettere, discutere, mettere a punto delle idee, prima di cercare il modo migliore per veicolarle e diffonderle. Interpretare la complessità del mondo nei suoi meccanismi economici e sociali e poi proporre soluzioni realistiche e praticabili, non slogan ripetibili. Solo così la politica potrà restituire un peso alle parole. L’ecosistema tecnologico c’è già: la sfida – per la politica – è renderlo anche un nuovo ecosistema linguistico.» (p. 106).

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Il Rinascimento di Zenone – #IlMartedìdelLibro

«Si sta bene solo liberi e nascondere le proprie opinioni è ancora più fastidioso che coprirsi la pelle.» (Marguerite Yourcenar, L’opera al nero)

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Uno dei miei film preferiti è Luther – Genio, ribelle, liberatore (2003, regia di Eric Till), sulla figura di Martin Lutero, interpretato da Joseph Fiennes; allo stesso tempo, nutro vera ammirazione per tutta una serie di personaggi avversi – per un motivo o per un altro – alla Chiesa, quali Giordano Bruno, Galileo Galilei o Tommaso Campanella. In parte a quest’ultimo è ispirato il protagonista del libro di cui vi parlo oggi, Zenone Ligre, filosofo, alchimista, medico, la cui vita viene narrata dalla nascita illegittima a Bruges fino alla tragica fine. Marguerite Yourcenar, che pubblicò il romanzo storico nel 1968, immagina che il suo personaggio sia vissuto nel XVI secolo, e per costruire tale figura prende spunto da personaggi quali Paracelso, Michele Serveto, Leonardo da Vinci e Erasmo da Rotterdam. Zenone incarna un quadro a tutto tondo dell’uomo rinascimentale, circondato da un affresco di esseri umani che vanno dalla prostituta al ricco ecclesiastico. Egli dovrà fare i conti con le difficoltà dei suoi contemporanei davanti alle moderne tecniche della scienza, apparendo al lettore a metà strada tra il filosofo della natura medievale e il moderno scienziato. La sua libertà di pensiero si scontrerà con la rigidità dei suoi tempi, che egli ha osato anticipare. Messi sotto attacco i suoi testi, non può fare altro che rassegnarsi al fatto «che non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di essere capaci di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto.» Dal romanzo è stato tratto, nel 1988, un film con Gian Maria Volonté.

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“Controesodo in A14” di Piero Malagoli – Il Martedì del Libro

Questo è un romanzo perfetto da leggere sotto l’ombrellone dell’ultima vacanza settembrina, oppure nel traffico del rientro agostano, o poco prima di tornare in ufficio o tra o banchi di scuola. Tre vicende distinte si intrecciano, come dice il titolo, sulla via del ritorno, nei rallentamenti autostradali. Un improbabile scambio di coppia, per beneficiare da un lato dell’aria condizionata, dall’altro della musica degli U2; un uomo disperato e con chiari segni di schizzofrenia che viaggia con un fucile da caccia come passeggero; un imprenditore poco onesto con una piccola fortuna nella propria ventiquattrore: queste in breve le tre storie che si vanno ad incrociare labilmente, tra aree di sosta e code chilometriche. Tre storie che tratteggiano in maniera convinvente i recessi e le debolezze della psicologia umana, per mezzo di dialoghi verosimili e di descrizioni puntuali, abilmente misurate come ogni singola parola. Un affresco delle moderne emozioni di giovani e meno giovani, tra rapporti di coppia tra i più disparati, comportamenti violenti e inconsueti, sensazioni improvvise o attribuibili ad una malattia mentale. Vivamente consigliato a chi voglia farsi trascinare da una lettura scorrevole e avvincente.

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Quello che certe femministe non vogliono sentire a proposito di maternità surrogata – #IlMartedìdelLibro

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Ho comprato Mio tuo suo loro di Serena Marchi perché volevo farmi un idea più completa del tema della Gestazione per altri (in Italia meglio conosciuta come Utero in affitto); altri libri – come Fare un figlio per altri è giusto. Falso! di Daniela Danna – mi sembravano inficiati da premesse ideologiche che offuscavano il quadro generale e, soprattutto, non permettevano di capire veramente le opinioni e il sentire delle surrogate. Alcune femministe partono dal presupposto che la Gpa sia sempre e comunque la nuova frontiera dello sfruttamento del corpo femminile, l’ultima frontiera neoliberista del capitalismo che tutto mette in vendita e tutto spreme fino ai massimi profitti. Ma non è questo il panorama che svela Marchi nel suo libro, grazie ad una modalità ben precisa del narrare.

Come quei microservizi del Fatto Quotidiano che si trovano su Youtube, quella di Marchi è una serie di interviste che lasciano la parola totalmente alle interessate, la cui storia e i cui pensieri vengono trascritti senza che vi siano vere e proprie domande, come una telecamera immobile davanti a uno scenario che si racconta da sé. 33.613 chilometri, 5 paesi, 13 donne… Ad introduzione di ogni Stato vi è un excursus di Elena Falletti, riassuntivo delle leggi vicenti in quel particolare luogo.

Che sia per vocazione – checché ne dicane alcune femministe, soprattutto le donne statunitensi dimostrano di averla, in profondità – o a scopo di lucro, da queste istantanee di vita traspare la libera scelta e l’assoluta dedizione che queste portatrici mettono in ciò che fanno, analizzando dalla loro viva voce le ragioni di un percorso personale, ma che al contempo coinvolge le loro intere famiglie. Un esempio di indagine giornalistica che dovrebbe essere preso ad esempio da tutti coloro che vogliano tracciare un’immagine il più possibile imparziale di argomenti controversi e non.

Buona lettura!Miotuosuoloro-1

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Non una di meno… alle loro condizioni!

Io ci sarei andata alla manifestazione del 26 novembre a Roma, se non mi fossi ammalata, ma condivido il fastidio verso un certo femminismo chiuso in se stesso, separatista, poco aperto al dialogo… Nonostante questo, però, spero che pian piano le cose possano evolversi all’interno dei Movimenti e delle Associazioni, soprattutto in quelle realtà in cui sono io stessa impegnata.

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Domani a Roma avrà luogo la manifestazione Non una di meno, contro alla violenza maschile sulle donne. Parole d’ordine raramente condivisibili, autoritarismi femministi seguiti da inevitabili e furibonde polemiche e dal polarizzarsi delle posizioni in seno alle/gli attivist* – uno spettacolo sempre più desolante di attacchi ad personam con corollario di liti burrascose, minacce di querele e scuse estorte – hanno accompagnato, nelle ultime settimane, l’approssimarsi di un evento che è lo specchio di un femminismo nel quale non mi riconosco più, un femminismo dal quale ho – dolorosamente – preso le distanze già da molto tempo.
Dolorosamente perché a me, il femminismo, ha salvato la vita. Mi ha aperto gli occhi, mi ha insegnato a decostruire “naturalità” artificiali, mi ha reso autodeterminata, combattiva, consapevole. Mi ha fatto conoscere compagn@ di vita e di lotta che sono al mio fianco da anni. E l’intersezionalità – teoria nata in…

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Ormai è la nostra Christiane – #IlMartedìdelLibro

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Nell’agosto di qualche anno fa ho trovato, al mercato di Malè, un’edizione economica e di seconda mano di “Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”. Mi è rimasto dentro per diversi motivi: innanzitutto per la storia e le immagini scioccanti che evocava, l’immedesimazione parziale in quella ragazzina esile e dai capelli rossicci che fugge al degrado della propria adolescenza in ogni sorta di droga fino a sprofondare nell’eroina e nelle marchette; in secondo luogo, perché ho affrontato il libro in compagnia del mio ragazzo. Lui legge poca narrativa, ed è stato bello poter fare un po’ per uno, ad alta voce, sul divano della sua mansarda; è stata un’esperienza intensa anche vedere il suo volto deformato dalle smorfie di ribrezzo, dopo tutto.

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Citazione da “Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, pagina 74; la ragazzina è appena entrata nel giro dello discoteca Sound.

Esterrefatta da quello che avevamo scoperto, come tanti mi sono chiesta che cosa potesse essere capitato alla “star del buco del Bahnhof Zoo”. Poi, poco più di un anno fa, sono capitata su una video-recensione del secondo capitolo della storia di Christiane Vera Felscherinow. La prima cosa che ho pensato è stata: “Sarà come tutti i sequel, non un granché e scritti solo per far spendere quei venti euro a chi ha adorato il primo libro”.

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È straordinario come in una sola pagina di “Christiane F. La mia seconda vita” sia possibile trovare un così alto numero di episodi significativi. Questo è il primo di pagina 175; Christiane commenta l’ennesima ricaduta.

Mi dimenticai del libro – “Christiane F. La mia seconda vita”, edito da Rizzoli nel febbraio 2014 e scritto in collaborazione con Sonja Vukovic – e dell’impressione che ne avevo avuto. Finché, appena tre settimane fa, non ne trovai una copia a un euro sulla bancarella della Biblioteca Arturo Loria di Carpi. Non ci pensai nemmeno un attimo: comprai il libro e dopo pochi giorni iniziai a leggerlo; se non avessi avuto un esame da preparare, credo lo avrei divorato in ventiquattr’ore.
Nella scrittura, l’assenza di mediazione tra ciò che pensa Christiane e la pagina bianca si sente – nel precedente volume, invece, i giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck avevano sbobinato e riportato in una veste più corposa le registrazioni delle loro chiacchierate con la giovane – ed è stata per me una piacevole sorpresa. Lo stile è quello di chi non ha studiato molto, che non scrive prosa di mestiere; vi ho rivisto molti espedienti comunicativi di “Just kids”, il romanzo autobiografico di Patti Smith sulla scena artistica newyorkese degli anni ’70 e del suo rapporto col fotografo Robert Mapplethorpe. Frasi brevi, lessico semplice, mai banale, preciso quanto basta per delineare scene nitide su di un orizzonte che si perde in lontananza, ma che in fondo non servirebbe a nulla. In “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” è tutto più chiaro, ma anche più freddo, nonostante sia proprio il realismo che lo contraddistingue a definirne l’orrore e la crudezza. Nell’edizione che ho io, inoltre, il sottotitolo in maiuscolo recita “un documento-verità sul dramma della droga fra i giovani”: è più un saggio che un racconto autobiografico, quando l’aggettivo possessivo in prima persona singolare nel titolo del seguito evidenzia un’autoreferenzialità nuova, che rende vivo e pulsante il contenuto di questa copertina cartonata. La narrazione è anche questa volta in prima persona, corre veloce e ti coinvolge fin dal principio.

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Poche righe a fondo pagina che descrivono la mancanza di delicatezza dei giornalisti, affamati di titoli sensazionalistici.

I tre paragrafi scritti da Vukovic – l’introduzione, un parte centrale sulla situazione della Zurigo dei tossicodipendenti e la postfazione – sono interessanti saggi di inquadramento storico, utili a collegare i due libri tra loro. Le ricadute, le disintossicazioni, la terapia sostitutiva a base di metadone, la maternità: ogni pagina di questo racconto fa vedere con quanta facilità si possa finire nel vortice della dipendenza; potrebbe capitare a tutti, bastano abbandono, solitudine, vuoto educativo e le compagnie “giuste”. Per questo credo sia un imperativo che letture di questo genere diventino obbligatorie negli istituti superiori, per aiutare i ragazzi a riconoscere i passaggi attraverso cui è rischioso transitare. Ed evitarli, forse, cambiando strada prima di una soglia che nessun bambino dovrebbe mai varcare.

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Di topi e di secchi di china in riva al Po – #IlMartedìdelLibro

Inauguriamo oggi una nuova rubrica: si chiamerà “Il Martedì del Libro” e cercherò di pubblicare un nuovo post ogni due settimane. Ogni volta recensirò un libro che ho letto – recentemente o in passato – e che mi sia piaciuto particolarmente, che sento di dover consigliare a qualcuno. Inizierò con il romanzo “La conservazione metodica del dolore” di Ivano Porpora, pubblicato da Einaudi, in Stile Libero Big nel 2012.
Quattro anni fa assistetti a un corso di scrittura creativa di Porpora, si tenne presso la

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In copertina, un disegno di gipi

Biblioteca Arturo Loria di Carpi; in seguito, quando dovetti spendere un buono in libri, questo fu uno dei primi a finire nel mio carrello virtuale. Me la sono presa comoda – saranno nove mesi che l’ho iniziato, terminandolo da qualche giorno – ho letto altri libri tra un capitolo e l’altro. La lettura scorre piacevolmente, la narrazione avviene in prima persona ed è la cronaca del percorso che Benito, di professione fotografo, deve affrontare per ricordare i titoli e gli avvenimenti che si celano dietro Omissis, “la raccolta di foto senza nesso apparente che ha proposto per la mostra più importante della sua carriera”, troviamo scritto sulla quarta di copertina. Un intreccio complesso, fatto di sogni, visioni e flashback, tessuto grazie ad una scrittura in apparenza asciutta e diretta, infarcita in realtà da piccole chicche poetiche, senza che una sola parola sia mai frutto del caso. Porpora ci fa rivivere un passato che rischia di scomparire: quello dei nostri genitori e nonni, dialettofoni, animati da una cultura contadina, legata alla terra, protagonisti di bislacchi e terribilmente significativi episodi. Viadana, il paese di origine del protagonista e dell’autore stesso, risorge nella grana seppia di vecchie fotografie, istantanee rubate al secchio nero del tempo, che fa tanto pensare al nostro frenetico presente, a noi giovani che un po’ di quel che è stato ce ne freghiamo perché lo troviamo noioso, alle nostre città in cui nessuno si sente veramente a casa.
Ho apprezzato il quadro lucido e fiabesco delle generazioni che cambiano e si susseguono, il recupero di valori quasi sacri, la coesistenza di ideologie contrastanti, lo splendido idioma dialettale che colora i dialoghi. Un titolo enigmatico per un racconto appassionante e coinvolgente, che si può anche lasciar perdere per un po’, ma che ci richiamerà sempre per essere concluso.

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Estratto dal trentaduesimo capitolo.

Dello stesso autore è appena uscito il libro di fiabe per adulti “Fiabe così belle che non immaginerete mai”.

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