Non una di meno… alle loro condizioni!

Io ci sarei andata alla manifestazione del 26 novembre a Roma, se non mi fossi ammalata, ma condivido il fastidio verso un certo femminismo chiuso in se stesso, separatista, poco aperto al dialogo… Nonostante questo, però, spero che pian piano le cose possano evolversi all’interno dei Movimenti e delle Associazioni, soprattutto in quelle realtà in cui sono io stessa impegnata.

AnimALiena

Domani a Roma avrà luogo la manifestazione Non una di meno, contro alla violenza maschile sulle donne. Parole d’ordine raramente condivisibili, autoritarismi femministi seguiti da inevitabili e furibonde polemiche e dal polarizzarsi delle posizioni in seno alle/gli attivist* – uno spettacolo sempre più desolante di attacchi ad personam con corollario di liti burrascose, minacce di querele e scuse estorte – hanno accompagnato, nelle ultime settimane, l’approssimarsi di un evento che è lo specchio di un femminismo nel quale non mi riconosco più, un femminismo dal quale ho – dolorosamente – preso le distanze già da molto tempo.
Dolorosamente perché a me, il femminismo, ha salvato la vita. Mi ha aperto gli occhi, mi ha insegnato a decostruire “naturalità” artificiali, mi ha reso autodeterminata, combattiva, consapevole. Mi ha fatto conoscere compagn@ di vita e di lotta che sono al mio fianco da anni. E l’intersezionalità – teoria nata in…

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Ormai è la nostra Christiane – #IlMartedìdelLibro

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Nell’agosto di qualche anno fa ho trovato, al mercato di Malè, un’edizione economica e di seconda mano di “Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”. Mi è rimasto dentro per diversi motivi: innanzitutto per la storia e le immagini scioccanti che evocava, l’immedesimazione parziale in quella ragazzina esile e dai capelli rossicci che fugge al degrado della propria adolescenza in ogni sorta di droga fino a sprofondare nell’eroina e nelle marchette; in secondo luogo, perché ho affrontato il libro in compagnia del mio ragazzo. Lui legge poca narrativa, ed è stato bello poter fare un po’ per uno, ad alta voce, sul divano della sua mansarda; è stata un’esperienza intensa anche vedere il suo volto deformato dalle smorfie di ribrezzo, dopo tutto.

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Citazione da “Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, pagina 74; la ragazzina è appena entrata nel giro dello discoteca Sound.

Esterrefatta da quello che avevamo scoperto, come tanti mi sono chiesta che cosa potesse essere capitato alla “star del buco del Bahnhof Zoo”. Poi, poco più di un anno fa, sono capitata su una video-recensione del secondo capitolo della storia di Christiane Vera Felscherinow. La prima cosa che ho pensato è stata: “Sarà come tutti i sequel, non un granché e scritti solo per far spendere quei venti euro a chi ha adorato il primo libro”.

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È straordinario come in una sola pagina di “Christiane F. La mia seconda vita” sia possibile trovare un così alto numero di episodi significativi. Questo è il primo di pagina 175; Christiane commenta l’ennesima ricaduta.

Mi dimenticai del libro – “Christiane F. La mia seconda vita”, edito da Rizzoli nel febbraio 2014 e scritto in collaborazione con Sonja Vukovic – e dell’impressione che ne avevo avuto. Finché, appena tre settimane fa, non ne trovai una copia a un euro sulla bancarella della Biblioteca Arturo Loria di Carpi. Non ci pensai nemmeno un attimo: comprai il libro e dopo pochi giorni iniziai a leggerlo; se non avessi avuto un esame da preparare, credo lo avrei divorato in ventiquattr’ore.
Nella scrittura, l’assenza di mediazione tra ciò che pensa Christiane e la pagina bianca si sente – nel precedente volume, invece, i giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck avevano sbobinato e riportato in una veste più corposa le registrazioni delle loro chiacchierate con la giovane – ed è stata per me una piacevole sorpresa. Lo stile è quello di chi non ha studiato molto, che non scrive prosa di mestiere; vi ho rivisto molti espedienti comunicativi di “Just kids”, il romanzo autobiografico di Patti Smith sulla scena artistica newyorkese degli anni ’70 e del suo rapporto col fotografo Robert Mapplethorpe. Frasi brevi, lessico semplice, mai banale, preciso quanto basta per delineare scene nitide su di un orizzonte che si perde in lontananza, ma che in fondo non servirebbe a nulla. In “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” è tutto più chiaro, ma anche più freddo, nonostante sia proprio il realismo che lo contraddistingue a definirne l’orrore e la crudezza. Nell’edizione che ho io, inoltre, il sottotitolo in maiuscolo recita “un documento-verità sul dramma della droga fra i giovani”: è più un saggio che un racconto autobiografico, quando l’aggettivo possessivo in prima persona singolare nel titolo del seguito evidenzia un’autoreferenzialità nuova, che rende vivo e pulsante il contenuto di questa copertina cartonata. La narrazione è anche questa volta in prima persona, corre veloce e ti coinvolge fin dal principio.

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Poche righe a fondo pagina che descrivono la mancanza di delicatezza dei giornalisti, affamati di titoli sensazionalistici.

I tre paragrafi scritti da Vukovic – l’introduzione, un parte centrale sulla situazione della Zurigo dei tossicodipendenti e la postfazione – sono interessanti saggi di inquadramento storico, utili a collegare i due libri tra loro. Le ricadute, le disintossicazioni, la terapia sostitutiva a base di metadone, la maternità: ogni pagina di questo racconto fa vedere con quanta facilità si possa finire nel vortice della dipendenza; potrebbe capitare a tutti, bastano abbandono, solitudine, vuoto educativo e le compagnie “giuste”. Per questo credo sia un imperativo che letture di questo genere diventino obbligatorie negli istituti superiori, per aiutare i ragazzi a riconoscere i passaggi attraverso cui è rischioso transitare. Ed evitarli, forse, cambiando strada prima di una soglia che nessun bambino dovrebbe mai varcare.

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Di topi e di secchi di china in riva al Po – #IlMartedìdelLibro

Inauguriamo oggi una nuova rubrica: si chiamerà “Il Martedì del Libro” e cercherò di pubblicare un nuovo post ogni due settimane. Ogni volta recensirò un libro che ho letto – recentemente o in passato – e che mi sia piaciuto particolarmente, che sento di dover consigliare a qualcuno. Inizierò con il romanzo “La conservazione metodica del dolore” di Ivano Porpora, pubblicato da Einaudi, in Stile Libero Big nel 2012.
Quattro anni fa assistetti a un corso di scrittura creativa di Porpora, si tenne presso la

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In copertina, un disegno di gipi

Biblioteca Arturo Loria di Carpi; in seguito, quando dovetti spendere un buono in libri, questo fu uno dei primi a finire nel mio carrello virtuale. Me la sono presa comoda – saranno nove mesi che l’ho iniziato, terminandolo da qualche giorno – ho letto altri libri tra un capitolo e l’altro. La lettura scorre piacevolmente, la narrazione avviene in prima persona ed è la cronaca del percorso che Benito, di professione fotografo, deve affrontare per ricordare i titoli e gli avvenimenti che si celano dietro Omissis, “la raccolta di foto senza nesso apparente che ha proposto per la mostra più importante della sua carriera”, troviamo scritto sulla quarta di copertina. Un intreccio complesso, fatto di sogni, visioni e flashback, tessuto grazie ad una scrittura in apparenza asciutta e diretta, infarcita in realtà da piccole chicche poetiche, senza che una sola parola sia mai frutto del caso. Porpora ci fa rivivere un passato che rischia di scomparire: quello dei nostri genitori e nonni, dialettofoni, animati da una cultura contadina, legata alla terra, protagonisti di bislacchi e terribilmente significativi episodi. Viadana, il paese di origine del protagonista e dell’autore stesso, risorge nella grana seppia di vecchie fotografie, istantanee rubate al secchio nero del tempo, che fa tanto pensare al nostro frenetico presente, a noi giovani che un po’ di quel che è stato ce ne freghiamo perché lo troviamo noioso, alle nostre città in cui nessuno si sente veramente a casa.
Ho apprezzato il quadro lucido e fiabesco delle generazioni che cambiano e si susseguono, il recupero di valori quasi sacri, la coesistenza di ideologie contrastanti, lo splendido idioma dialettale che colora i dialoghi. Un titolo enigmatico per un racconto appassionante e coinvolgente, che si può anche lasciar perdere per un po’, ma che ci richiamerà sempre per essere concluso.

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Estratto dal trentaduesimo capitolo.

Dello stesso autore è appena uscito il libro di fiabe per adulti “Fiabe così belle che non immaginerete mai”.

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L’attualità del ricordo

Questo post è apparso anche sul blog collettivo Tempo Perso.


In questo momento, più che mai, la Giornata della Memoria è importante. L’azione – lo sforzo – di ricordare non possono più essere appannaggio delle aule scolastiche, dei centri di ricerca storica, della mera cultura. Chiunque si approcci al mondo, attraverso qualsiasi mezzo – uno su tutti, il web – deve tenere a mente quello che succede quando si smette di guardare in faccia una persona, quando nella nostra mente quella persona inizia a sbiadire, fino a non essere più tale. Su internet siamo solo delle sequenze di caratteri – poco importa se compongano i nostri reali nome e cognome – e spesso trattiamo come semplici avatar anche gli altri utenti. Ma, come spesso ripete Alessandro Masala (un videomaker che opera su Youtube, prezioso nel suo esporre i fatti e le proprie opinioni con grande onestà intellettuale), la rete non è un mostro, né un luogo propriamente virtuale: internet è la società (parafrasando), e se in essa si possono trovare i falsi e gli imbroglioni, altrettanto frequentemente la gente vi riversa frustrazioni e sentimenti reali. E lo fa proprio perché ci hanno cresciuti con l’illusione che questo luogo sia un non-luogo, che le entità che vi incontriamo non siano altro che alter-ego. Sarà anche così, in parte: sul web gli uomini e le donne – sempre più spesso i giovanissimi e le giovanissime – cercano di dare una certa immagine di sé (non sempre la migliore!).

Fonte: Adotta anche tu un analfabeta funzionale - Pagina Facebook

Fonte: Adotta anche tu un analfabeta funzionale – Pagina Facebook

Fonte: tgcom24.mediaset.it

Fonte: tgcom24.mediaset.it

Eppure, dietro il profilo della minorenne atteggiata in maniera sensuale davanti allo specchio del bagno di casa – quella che non possiamo fare a meno di insultare! – c’è prima di tutto un essere umano. C’è un essere umano persino dietro alle foto ritoccate che costellano le Pagine Facebook create ad hoc per prendere in giro il vicino di banco “frocio”, o la ragazza “balena” della classe di fronte. Non importa quanto ci si senta forti e migliori nel scrivere “se l’è cercata” sotto l’articolo che parla della morte del rapper Cranio Randagio o del suicidio di Tiziana Cantone; non importa quanto sfugga a noi stessi la vigliaccheria e la violenza di incitare allo stupro di donne ignare su gruppi privati della tipologia “Seghe su Amiche…”: chi dice o si comporta in questo modo disumanizza una persona, la tratta alla stregua di un oggetto e se ne serve per i propri scopi personali. Insultare o augurare la morte agli altri per sentirsi superiori non è diverso da schiavizzare e uccidere 6 milioni di ebrei (e 300 mila zingari, 300 mila malati e disabili, 100 mila oppositori politici al Regime Nazista, 25 mila omosessuali, 5 mila Testimoni di Geova) per sentirsi ariani e per costruire infrastrutture per la Grande Germania.

Le parole fanno male, e alcuni non riescono a reggere il loro peso: stiamo assistendo alla fine silenziosa di adolescenti che si uccidono per il fatto di non ricalcare un modello che gli altri ritengono unico e infallibile; se non tenti di raggiungerlo, o se fallisci nel mentre, non meriti di fare parte del gruppo, meriti gli scherzi di pessimo gusto, le botte. E per molti ragazzi non essere accettati equivale ad essere già morti. Non che gli adulti sappiano fare di meglio, se preferiscono urlare “Africa” e riprendere col cellulare un uomo di colore che affoga nel Canal Grande, piuttosto che tentare di salvarlo; se poi oltretutto scrivono “uno in meno… affogassero tutti”, nei commenti sotto la notizia.
Sono stanca di vivere in un’Italia – e in un’Europa, ma potrei dire ‘in una Terra’ – così piena di presunzione, di rabbia e d’odio.
Sono stanca del fatto che agli imperanti problemi del nostro tempo – l’immigrazione clandestina, il terrorismo, la tutela dei rifugiati – si risponda sempre più con altra crudeltà, con nuovo dolore.
Sono stanca di vedere gruppi etnici, minoranze sessuali, privati e pubblici cittadini inabissati come capri espiatori – alla mercé di un Popolo di cui non ci si preoccupa abbastanza – nonostante i meccanismi retrostanti le difficoltà attuali siano immensamente più complessi di quanto uno slogan o un tweet potrà mai lasciar intendere.
Sono stanca dell’antipolitica che semplifica e appiattisce la società, dividendola arbitrariamente in buoni e cattivi, che accusa il giornalismo indistintamente e inventa paure – i poteri forti, la lobby gay, i complotti bancari – ma alla fine non rappresenta nessuna tangibile novità, negando tuttavia di non avere la cosiddetta “bacchetta magica”.
Sono stanca, infine, di quegli italiani sempre uguali a loro stessi, bigotti, individualisti, codardi, incapaci di fare i conti con la propria storia, che non hanno mai metabolizzato il Fascismo, perché in fondo “Hitler era peggio”, perché “magari l’uomo forte qualche problemino ce lo risolve”.
Forse io mi sono illusa di aver imparato qualcosa, dai libri di Storia, ma certo c’è chi li ha dimenticati con la stessa facilità con cui alcuni nostri nonni hanno chinato il capo.
E sapete una cosa, la cosa più terribile? Non è un bene che una ventenne sia stanca del proprio piccolo universo. Perché sono stati i ventenni stanchi di pensare e di impegnarsi a costruire Auschwitz.

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L’esercizio

Quello che segue è un mio racconto, risultato vincitore assoluto della Quinta Edizione (2015/2016) del Premio “L.A. Muratori” Modena. “L’esercizio” ha quindi dato il titolo all’antologia che raccoglie i dieci finalisti, più un racconto di Piero Malagoli. Le prime due frasi sono l’incipit fisso che ci era stato proposto e, come è presto chiaro a una prima lettura, il tema era quello del bullismo.

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“L’Esercizio e altri racconti”, Edizioni Il Fiorino. Illustrazione di copertina a cura di Marino Neri.

Buona lettura!


Il ragazzo cercava di farsi invisibile, mentre, appoggiato con la fronte al telaio della finestra della sua classe guardava i compagni sciamare in giardino per la ricreazione. Mangiava il panino ingurgitando grossi bocconi, per finirlo prima che lo scoprissero e, come al solito, qualcun altro divorasse ciò che sua madre aveva preparato con tanto amore.
Claudio era più basso della media della sua classe, robusto ma non in sovrappeso, irrimediabilmente buono e docile; per questo forse se la prendevano con lui, perché non era mai cattivo con nessuno. Era martedì e, oltre alla merenda che stava consumando in tutta fretta, teneva nello zaino anche dei maccheroni al ragù, per il pranzo. Dall’una e un quarto alle due e mezza, infatti, frequentava un corso di pianoforte: la sua sezione prevedeva l’indirizzo musicale, ed era il primo giorno di terza media. Claudio si accorse di non avere più appetito – si era ricordato di non avere finito di imparare un brano e si era agitato – richiuse i resti del panino nella stagnola e andò al suo banco. Prese il porta listini con note e pentagramma e si sedette per ripassare mentalmente la scala di do maggiore, per lui la più complessa; attraverso il vetro aveva sentito la fresca brezza di settembre e aveva perso la voglia di uscire. Il suo banco era il secondo più vicino all’ingresso, cosicché si accorse subito che stava per entrare qualcuno. Appena vide la chioma bionda di Maela, abbassò lo sguardo sui fogli e trattenne il fiato, quasi sperasse di non essere visto. La ragazzina prese una sedia e ci si sedette al contrario, guardando nella sua direzione:
“Cosa ci fai qui, stupido?”, chiese come faceva sempre, con quel tono di voce inizialmente piatto che si elevava in corrispondenza dell’aggettivo, ordinario e al tempo stesso così incisivo.
“Sto, sto…”, Claudio si odiava per la balbuzie che compariva nei momenti meno opportuni; si sforzò di sciogliere la lingua nervosa, “sto riguardando le scale, la Verri non sopporta che non le si sappia”.
Maela sbuffò:
“Io non ho fatto niente”, disse, stranamente calma. Claudio aspettava che diventasse aggressiva, che esplodesse all’improvviso: non era mai stata tanto socievole con lui come quella mattina.
“Tanto lei ti adora”, credeva che le lusinghe gli avrebbero risparmiato la tortura quotidiana. D’altronde era vero: la professoressa di piano era sempre cordiale con la piccola prepotente, alcuni insinuavano che anche lei temesse le sue sfuriate.
“Non è vero”, ribatté Maela, iniziando a spazientirsi, “è gentile solo perché mio padre è ricco e potrebbe farla cacciare”.
A quel punto, Claudio pensò che sarebbe scoppiata e lo avrebbe preso a schiaffi come al solito, con un’ira e una dedizione inspiegabili. Invece si alzò, buttò la sedia un po’ più in là e uscì dall’aula. Forse quest’anno sarà diverso, pensò Claudio: non sapeva cosa stesse tramando la sua aguzzina, ma ne aveva un po’ meno paura.
I genitori di Maela erano avvocati. Passavano gran parte della settimana a Bologna perché, oltre a esercitare, insegnavano all’Università. Maela era figlia unica e, quando non trascorreva a casa da sola interi pomeriggi, stava al parco vicino alla scuola con le amiche Anita e Flora – dette ‘le cooperatrici’. Ragazze coi vestiti dell’ultima collezione di Blumarine e le cartelle Eastpack nei colori di tendenza, che cambiavano ad ogni anno scolastico. Guardavano i compagni meno fortunati dall’alto in basso, disprezzandone i jeans comperati al mercato e le sneackers sdrucite. In famiglia avevano imparato a diffidare dei poveri – se non erano come loro un motivo doveva esserci – ad andare in Chiesa la domenica e a non guardare in faccia nessuno.
Quel giorno Maela era senza pranzo e senza soldi: appallottolò un foglio di carta e lo tirò a Claudio:
“Vedi di darmi quello che hai, dopo”, sibilò gelida, una volta che si fu voltato, “e spera che mi piaccia”.
Claudio sospirò: le sue speranze si erano rivelate vane, per l’ennesima volta la cura di sua madre sarebbe finita nello stomaco della bionda autoritaria. Allo scoccare dell’una, i ragazzi presero le proprie cose e andarono a casa; rimasero Claudio, Martino, il suo compagno di pianoforte, Maela e le sue amiche, che avevano lezione subito dopo di loro. Claudio tirò fuori la scatola di plastica che conteneva la pasta e la porse a Maela, senza guardarla né parlare. Non contenta della sua arrendevolezza, gliela strappò dalle mani con violenza immotivata. Martino assistette a quella abituale scena come se niente fosse, Anita e Flora chiacchieravano di attori famosi. La sfrontata si sedette alla cattedra per consumare il pasto; Claudio si mise a leggere con la schiena appoggiata al muro, una mano sul ventre, come a controllarne i gorgoglii.
La prima lezione di pianoforte dell’anno consisteva nel dimostrare alla Verri di aver imparato a memoria tutte le scale e i due brevi brani che aveva assegnato loro a giugno. Martino aveva preparato metà delle scale e non aveva neppure sfogliato i pezzi, mentre Claudio era il fiore all’occhiello dell’orchestra della scuola: oltre a seguire quelle due ore settimanali di piano, cantava al Conservatorio cittadino. La professoressa lo contemplò mentre lasciava scorrere le lunghe dita sulla tastiera, immerso in un mondo che non conosceva imbrogli né litigi. Quando le tre ragazze entrarono nell’aula, all’orario stabilito, l’insegnante trattenne tutti e cinque gli allievi: era abitudine, ogni anno, cambiare i gruppi, in modo da abituare i ragazzi al lavoro di squadra e a farsi nuovi amici. Fu così che Martino si trovò con le cooperatrici e Maela col suo trastullo. Claudio credette di aver scoperto il perché della mitezza della sua bulla, durante l’intervallo: una divinità benigna le aveva forse suggerito la possibilità di quell’accoppiata. I ragazzi se ne andarono. Maela si sedette sullo spigolo di un banco vicino alla finestra – stava suonando Flora – e seguì il ragazzino che tanto odiava con lo sguardo, finché non fu scomparso, fuori dal cancello. Si sentiva terrorizzata e insieme eccitata all’idea di passare così tanto tempo con quella nullità; come se un disegno misterioso le avesse dato l’opportunità di aguzzare le proprie tecniche di tormento.
Claudio abitava in un palazzo ocra, situato sull’immaginaria linea di confine tra il centro e la periferia della città, nel quartiere Pezzana. Carpi, città della moda, dei numerosi pubs e della terza piazza più grande d’Italia era nel pieno della decadenza. Si era venuta a creare una specie di ghetto, nella zona di Cibeno, su cui si raccontavano pettegolezzi di tutti i tipi; ma anche i cittadini italiani tra di loro erano scortesi e diffidenti.
Quando Claudio entrò in casa, sua madre non era ancora tornata e suo padre – disoccupato da due mesi in cassa integrazione, pigro e senza alcuna intenzione di cercarsi un impiego – lo scrutò con fare torvo mentre prendeva del prosciutto e dei grissini e si riempiva lo stomaco con due ore di ritardo.
“Cosa mangi?”, chiese burbero, deridendolo. “Se vai avanti così diventerai un ciccione schifoso”.
“Non ho pranzato”, rispose guardando l’uomo tarchiato, steso sul divano.
“E perché non hai pranzato?”, continuò l’altro, sporgendosi in avanti e poggiando le mani sulle ginocchia, con aria di sfida.
Claudio era indeciso se ribattere o tacere. Aveva paura del giudizio di suo padre, se gli avesse rivelato di essere sottomesso a una femmina. Lo sapeva poco incline alla mediazione, per nulla riflessivo, focoso; di certo lo avrebbe preso in giro, con cattiveria, forse picchiato.
“Dov’è finito, eh?”, urlò finalmente l’uomo, alzandosi in piedi e quasi gettandosi sul figlio. “Dov’è il cibo che ti ha cucinato tua madre, ingrato?”
“Lo ha mangiato Maela”.
Claudio non poté fare altro che biascicare quel nome, vergognandosene. Sulle prime il padre non capì: forse pensava che il ragazzo si riferisse a una cotta. Poi, vedendo che Claudio rimaneva in silenzio e impallidiva invece di arrossire, la sua sorpresa si mutò in scherno:
“Tu”, tuonò, sottolineando i suoi sentimenti puntandogli l’indice destro in fronte, “tu ti fai mettere sotto da una ragazza?”
Claudio rimase ammutolito, mosse lievemente il capo; voleva che quel supplizio finisse.
“Cristo Santo”, e sputò per terra, “come diavolo ti è saltato in mente? Roba da pazzi, e tu le prendi anche, scommetto! Dio mio, quante volte ti ho detto che devi restituirgliele, a chi ti manca di rispetto? Non importa chi sia, qui la femminuccia sei tu! Santo cielo, cosa sei nato a fare?”
Aprì il frigo, prese una lattina di birra e tornò a sedersi. Claudio era pietrificato, tranne che per le lacrime che rigavano silenziose il volto pieno. “Che delusione”, concluse l’uomo, in un singulto senza emozione.
Claudio prese la cartella e si rintanò nella sua stanza. Faceva freddo, come a scuola: prese un plaid e si coprì le spalle, seduto scomposto sulla sedia girevole, con il libro di matematica sulle gambe. Guardò fuori dalla finestra: il cortile interno del condominio – un cerchio piccolo, tutto ghiaia, bidoni dell’immondizia e biciclette rubate – era sovrastato da un cielo incredibile per quella stagione, bianco come la neve, vuoto, funereo. Pensò alla carnefice bionda, un po’ rozza, invidiata per i soldi, temuta e venerata per la sua crudeltà; un fiore di rovo prematuramente sbocciato, che dai grandi aveva preso solo l’indifferenza e l’egoismo. Sebbene la maggior parte degli adulti che lo conoscevano – a scuola e al Conservatorio – lo considerassero molto saggio per la sua età, Claudio percepiva di essere ben lontano dal prototipo di maturità incarnato da Maela. Si addormentò, infagottato nel proprio risentimento, come un cavaliere, morto assiderato nella steppa.
Quando Maela rincasò, verso le quattro, una pioggerellina leggera aveva iniziato a inumidire le aiuole che incorniciavano l’elegante cancello della Villa dei Bianchi Trussardi. La ragazzina schiacciò l’unico pulsante, in corrispondenza dei cognomi dei suoi genitori, i depositari della Legge che avevano voluto gravarla di entrambi i loro nomi di famiglia. Dall’altra parte del citofono giunse la voce familiare e gracchiante della domestica albanese; la aiutò a togliersi il cappotto, lo ripose sull’attaccapanni, sollevò lo zainetto e lo portò in camera. Poi, mise su un fornello l’acqua per il tè, come le era stato chiesto, e tirò giù da un alto scaffale la biscottiera. In casa non c’era nessun altro: nel salottino arredato con cura, sul bracciolo di una poltrona d’antiquariato, un sacro di Birmania sonnecchiava senza curarsi della padroncina, seduta sul tappeto a gambe incrociate, che sorreggeva la tazza con due dita e con grazia. Maela ripensò a quella giornata, al gusto con cui aveva divorato il pranzo di Claudio: ci aveva messo tutta se stessa, tutta l’invidia, la sensazione di povertà, la paura della solitudine; percezioni che avrebbero dovute esserle del tutto estranee. Una volta di più, da quando aveva iniziato a comportarsi in quel modo, se ne chiese il motivo, ma non trovò nessuna giustificazione plausibile per il suo prevaricare il prossimo. Sentì un’immensa voragine, dentro e attorno a sé, e per un attimo fu sicura di meritarla.
Alle cinque in punto, la madre tornò dal Tribunale: splendida, snella, tailleur con gonna al ginocchio e capelli stirati, biondi come quelli della figlia. Comandò alla domestica la cena, la informò che suo marito desiderava il bagno riscaldato per le sette e trenta. Andò in salotto, si chinò con maestria sui tacchi e diede un buffetto sulla guancia di Maela, che si ritrasse, come a ristabilire uno spazio vitale, una terra di nessuno preclusa alla madre come a chiunque altro. La donna non parve badarci, si sedette sulla poltrona, agguantò con forza il gatto e iniziò a coccolarlo – con l’insistenza un po’ malsana delle cinquantenni che riversano sugli animali domestici il loro ancor giovanile istinto materno – e si tolse le scarpe senza usare le mani.
“Com’è andata oggi a scuola, cara?”, la voce era vivace, pervasiva. “Con il pianoforte fai progressi?”
“Sì, spero nell’otto in pagella, nel trimestre”, rispose Maela, infastidita da quel ‘cara’, “non sono più a lezione con Anita e Flora”.
“Non preoccuparti, ti farai nuove amiche, dove andrai l’anno prossimo”, come sempre, la signora Trussardi non riuscì a dare il giusto peso alle allusioni della figlia. “Tu impegnati, comunque, ma quel voto te lo meriti. L’ho sempre detto io: quella Verri non è capace di fare l’insegnante, non capisce il vero talento”.
“Infatti adora quello sfigato di Claudio”, incalzò Maela, sogghignando complice alla madre, “un pidocchio, un secchione insignificante”.
“Chi è insignificante?”, chiese una voce profonda proveniente dall’ingresso.
“Un compagno di classe di tua figlia, Luciano”, rispose la signora Trussardi, andandogli incontro e baciandolo sulla guancia, “si prende il merito dei suoi successi”.
“Non starete esagerando come al solito, voi due?”, replicò Bianchi, svestendosi e infilandosi le ciabatte.
Facendosi avanti, posò una busta aperta sul tavolino del soggiorno:
“C’era questa nella buca delle lettere”, e così dicendo fissò la figlia, rosso in viso, “è dalla scuola. La professoressa di pianoforte dice che non hai fatto nessuno dei compiti assegnati per le vacanze estive. E’ vero, Maela?”
La ragazzina si irrigidì, nel contempo alzandosi di scatto:
“Ma papà, erano difficili…”.
“No, ora basta, mi sono stancato delle tue bugie”, la interruppe il padre, furioso, “ci avevi detto di non doverti esercitare. Non ti avremmo mai portata tre mesi alle Maldive, altrimenti!”
“Luciano, su, non essere così severo”, intervenne in sua difesa la madre, cercando il busto della figlia per stringerla a sé, “a tutti capita di fare degli errori, lo sappiamo entrambi: la prossima volta farà il suo dovere senza tentennamenti, vero piccola mia?”
Quel compassionevole affetto irritò Maela, che si divincolò dall’abbraccio:
“Smettila di usare questi nomignoli ridicoli! Un nome ce l’ho, me l’hai dato tu!”
“Ma, Maela”, la donna aveva imparato in fretta la lezione, “che ti prende ora? Calmati, una soluzione si trova sempre!”
“Non possiamo sempre toglierla di impaccio noi, Susanna”, la corresse il marito, “deve imparare ad assumersi le proprie responsabilità”.
Conscia di essere incappata in una discussione tra adulti, Maela ne approfittò per sgattaiolare nella sua stanza, senza che nessuna persona o voce la fermasse; il gatto si insinuò attraverso la porta appena prima che la chiudesse. La ragazza indossò il pigiama e la vestaglia, prese dal comodino un quaderno rivestito di pelle, chiuso con un lucchetto: scrisse le proprie impressioni, alla fine di quella giornata bizzarra, e sigillò la pagina scritta sciogliendo un po’ di inchiostro con una lacrima solitaria. Posò il diario per terra, tentò di prendere il gatto, ma non ci riuscì: la bestiola fuggiva dibattendosi con fastidio, e Maela pensò che i gatti fossero le creature più intelligenti al mondo.
Per lungo tempo continuò a ingurgitare le merende e i pranzi di Claudio, anche se il suo non opporsi – anzi il donarle quel cibo – incominciava a non sembrarle più sufficiente. Insieme a quei pasti avrebbe voluto prendersi la sua gioia di vivere – nonostante tutto – la sua bravura di scolaro, il sicuro affetto di una figura materna.

Era il primo giorno di scuola dopo il ponte dei Morti. La signora Maria preparò con premura il cestino del pranzo per Claudio, e gli porse il fagotto sulla porta di casa. Dalla sala giunse la voce del padre:
“Guai a te se ti fai mettere i piedi in testa, stavolta! Sii un vero uomo, dagliele di santa ragione!”
La madre scosse con decisione il capo:
“Non starlo a sentire”, disse, stringendo la spalla sinistra di Claudio, “se vedi o subisci un’ingiustizia devi sempre dire la verità. Non importa quanto sia brutto, non preoccuparti di deludere i tuoi amici o di perdere la loro fiducia, se c’è qualcosa che non va, devi dirlo, sempre”.
Claudio si avviò a scuola con la consapevolezza che mai sarebbe riuscito a denunciare Maela. Non che ne avesse soggezione – ormai offrirle il cibo che portava con sé era diventata una consuetudine – piuttosto, quella ragazzina strana gli faceva in fondo un po’ pena. Quando non era presente le cooperatrici la prendevano in giro, e ormai nessuno più la ammirava né la invidiava; Maela Bianchi Trussardi era diventata la triste ombra di una bambina bionda, morta nella neve, un Capodanno lontano.
La mattinata passò in fretta, venne l’ora della lezione di pianoforte. L’unico compito era il completamento della parte inferiore di due righe di pentagramma. Claudio si aspettava che Maela non avesse svolto l’esercizio, e rimase sorpreso quando la vide aprire il quaderno con le note accuratamente tracciate a matita. Anche la professoressa Verri si stupì, tant’è vero che, dopo averle fatto suonare il pezzo, la accusò di averlo copiato da Claudio. La ragazza protestò, giurando di averlo svolto da sola e senza l’aiuto di nessuno, ma l’insegnante insistette, arrabbiata e spazientita:
“E’ un lavoro troppo ben fatto per essere stato fatto da te”.
A quelle parole di pietra, Maela cercò l’appoggio di Claudio, che per qualche misterioso motivo rimase in silenzio, avallando la supposizione della professoressa. Alla fine della lezione, Maela uscì per prima dall’aula, e quando Claudio si avviò verso l’uscita, la incontrò nel corridoio, mentre parlava con Anita:
“Non è stato difficile, bastava ripetere le note che erano sopra, sotto…”, fu quello che riuscì a captare dalla voce di Maela, rotta per il dispiacere. Una delle molte caratteristiche che aveva imparato della sua bulla, in quei due anni, infatti, era che non sopportava di non essere presa sul serio, nel momento in cui diceva il vero.
Quella sera, Claudio si pentì di aver taciuto: aveva implicitamente tradito una persona che lo impietosiva, oltre al consiglio della madre. Al tempo stesso sentiva, però, viscerale e potente come un’arcana passione, il sapore agrodolce della vendetta irrorargli le vene, rendendolo più forte che mai.
Due giorni dopo, forse per via delle malelingue delle cooperatrici, tutta la classe era al corrente dell’imbroglio di Maela. Tutti la fissarono con disprezzo, quando entrò in aula, qualche maschio imbecille le lanciò persino dei pezzetti di carta nei capelli. Alla vista di quell’affronto, un senso di colpa più acuto invase Claudio, che non sapeva più che fare.
“Hai fatto bene”, gli disse Martino, durante la pausa pranzo, battendogli la spalla, “vedi? Oggi non ti ha rubato il panino”.
“Che ti importa, scusa?”, gli rispose sgarbatamente Claudio, che mal sopportava i ruffiani. “In tutti questi mesi non c’è mai stato un giorno che tu mi abbia difeso, quindi stai zitto, che è meglio”.
All’inizio della lezione di pianoforte, Claudio non resistette più: mentre era Maela a suonare, si alzò in piedi e disse alla professoressa, scandendo ogni parola:
“Giuro che Maela non ha copiato da me l’esercizio delle vacanze”.
I suoi occhi incrociarono quelli della ragazzina, esterrefatta e immobile sullo sgabello:
“D’altronde come avrebbe potuto, mi detesta”.
Lo scemare delle corde vocali, nella seconda metà della dichiarazione, chiariva che a Claudio quell’odio pesava come un macigno. Il sorriso di Maela fu la prima picconata che lo scalfì.

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Solo due cose sono infinite:

l’universo e la stupidità umana: ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi. (Cit. Albert Einstein)

Un sabato pomeriggio di fine maggio, in una cittadina, Carpi – culla della Resistenza, fino ad oggi aperta al dialogo con il Diverso, con l’Altro. Anche con il Musulmano, anzi direi soprattutto con esso. Sono molte le famiglie di vecchia e nuova immigrazione che vivono nel nostro Comune, praticando la religione di Maometto. Dovrebbe quindi essere naturale che avvenga una processione per l’Ashura: rito con cui i pakistani sciiti, come pubblicato ieri sera dal settimanale locale “Voce” sulla propria pagina Facebook, commemoranol’assassinio  dell’Imam Husayn, nipote di Maometto, e di 72 seguaci a opera del Califfo Yazid. Il corteo era gestito dalla Polizia Municipale – come è giusto – e comprendeva persone che si flagellavano a mani nude, quindi senza violenza eccessiva né spargimento di sangue, come succede invece in altre comunità.

Ora, io stessa ho incontrato questa manifestazione, mentre andavo per la mia strada: ho dovuto fare una deviazione, ma la cosa è finita lì. Sul momento non mi è venuto spontaneo pensare a niente riguardo a quelle persone che gridavano dibattendosi. Dopotutto siamo nel Paese che ha visto processioni di Flagellanti a Ispica (Sicilia) nel vicino 2013; oltretutto il fervore devozionale qui è molto forte anche nelle sue manifestazioni più blande e inoffensive, come dimostrano le maestose processioni mariane che si svolgono qua e là, soprattutto nel Mezzogiorno. Semplicemente non me ne interesso, anche se apprezzo sempre il folklore e le espressioni delle varie etnie che mi capita di osservare.

Per farla breve, stamattina mi sono svegliata e, sotto al succitato post di VOCE di CARPI, sono stata costretta a leggere una sfilza di commenti offensivi, qualunquisti e colmi di risentimento e razzismo. Li condivido qui sotto – avendo cura di cancellare volti e cognomi, nonostante queste esternazioni becere siano state scritte su di una piattaforma liberamente accessibile. Mi è stato insegnato a non considerare il razzismo un’Opinione, ma anche oggi devo constatare l’ampiezza della sua diffusione: giovani e meno giovani, questa mattina, si sono lasciati trasportare dall’odio, trascinando me e le persone che condividono il mio pensiero nella tristezza. Lo “schifo” che questi concittadini hanno visto in una prova di fede, non molto diversa tra l’altro da quelle del Cattolicesimo, nella presunta inadeguatezza del gesto e della location, hanno lasciato il segno dentro di me. Senza cedere troppo spazio a facili sentimentalismi, vorrei citare un altro Grande del Passato, Karl Popper, filosofo austriaco: “dovremmo rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti”. Perché, tra chi parlava di “pena”, di “riti tribali”, di “lo facciano a casa loro che noi non andiamo a festeggiare il Natale in Pakistan”, io mi sono sentita veramente fuori posto. E con me tutto la brava gente che ogni giorno lavora per l’integrazione e l’ugualianza, per la pari dignità di tutte le fedi e di tutti i costumi. Prima tra tutti, mia madre, alfabetizzatrice con il progetto EroStraniero, che in questi giorni sta compilando i diplomi da consegnare alle sue alunne, donne di tutte le nazionalità che hanno seguito i suoi corsi di lingua e cultura italiana. Ditemi, voi che straparlate nascosti dietro una tastiera, sta forse perdendo il suo tempo?



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Nel cassetto.

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Gesù Cristo è venuto al mondo per insegnare all’uomo l’amore e la misericordia, l’accettazione e la fratellanza. Credo in questi valori, ma non credo nel Dio di una Chiesa che ripudia milioni di persone per come sono, cioè omosessuali. È l’opposto dell’amore questo, è la cieca volontà di rimanere su dogmi antichi, perché nella Bibbia la Sodomia è associata alla violenza, e ora le gerarchie non vogliono vedere che tra persone omosessuali ci siano gli stessi sentimenti che uniscono gli etero nei loro rapporti interpersonali.
Il più grande problema è che le cose che ho appena detto le ha scritte un protestante luterano, non un cattolico. La felicità di alcune persone dipende dall’incapacità dei politici di distaccarsi da questa Chiesa maggioritaria, perché altre chiese cristiane in Italia e nel mondo hanno capito, quella Cattolica no. Gli esseri umani non hanno perduto Dio, gli essere umani hanno perduto l’empatia, la comprensione e l’Amore.

Frammento di un qualche mio insignificante commento su Facebook, probabilmente.

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